sabato 22 luglio 2017

Matteo Renzi - Avanti


Il 21 luglio 2017 il boiscàut di Rignano sull'Arno ha presentato a Firenze il proprio ultimo libello davanti a circa trecento persone. Secondo i foglietti c'erano molti addetti ai lavori (nella penisola italiana ci sarebbero centodiecimila gazzettieri) il che significa che persino nella città che viene postulata più amica del ben nutrito e ben vestito segretario del "Partito Democratico" i sudditi hanno accolto l'evento con l'indifferenza che meritava.
Qualche chilometro più in là e più o meno in contemporanea un paparino anconetano di nome Diego Urbisaglia dava invece una più concreta e assai più credibile prova di che individui infarciscano i ranghi di quel "partito", vanificando con puntualità gli sforzi del boiscàut di presentarlo come diverso dai sedicenti avversari.
Avanti sembra richiamare nel titolo l'en marche francese, visto che da quelle parti in pochi mesi l'establishment è riuscito ad affidare a un certo Macron il compito di mandare avanti le cose con i soliti sistemi (più mercato, più galera, non ci sono alternative) e dovrebbe essere una specie di autobiografia apologetica cui non abbiamo alcuna intenzione di dedicarci. Bastano le velenose invettive di Alessandra Daniele, che con il suo autore ha un rancoroso conto aperto ormai da anni.
Da “Basta tasse” ad “Aiutiamoli a casa loro”, Avanti, il presunto nuovo libro-manifesto politico di Matteo Renzi, è fatto con gli avanzi della Lega.
La cosa non dovrebbe stupire nessuno.
Sotto la verniciata ipocrita di fuffa politically correct, il Cazzaro è sempre stato profondamente reazionario, e lo hanno abbondantemente dimostrato tutte le sue iniziative politico-economiche, dal Jobs Act all’abolizione dell’Articolo 18, da Salvabanche e Pacchetti Sicurezza, al tentativo di smantellare la Costituzione antifascista per istituire una dittatura della maggioranza relativa, dall’alleanza organica coi Marchionne e i Berlusconi, all’arrogante disprezzo che ha sempre dimostrato nei confronti di sindacati e movimenti, dei rari giornalisti non leccaculo, e in definitiva di chiunque e qualsiasi cosa anche solo d’un millimetro alla sua sinistra, compresi gli innocui devoti di Padre Pisapio che adesso il PD vorrebbe fagocitare per la ripicca di sottrarli alle fauci di D’Alema.
Il conservatorismo borghese reazionario di matrice berlusconiana del quale il Cazzaro è un tardo sottoprodotto ormai però non basta più. E Renzi lo ha capito.
Lo Zeitgeist è cambiato, l’egemonia culturale è passata all’estrema destra, oggi rappresentata in Italia innanzitutto dalla Lega.
E anche questo non dovrebbe stupire nessuno, a cominciare dai costernati commentatori di quell’establishment che è in realtà il vero responsabile della deriva fascista in atto.
Dopo aver sistematicamente strappato a milioni di persone diritti, speranze e dignità, ficcandogli in testa con ogni media necessario che l’unico modo per sopravvivere sia sbranarsi a vicenda; dopo aver ridicolizzato e criminalizzato ogni forma di idealismo e di solidarietà, ogni desiderio di giustizia e di uguaglianza; dopo aver ridotto interi stati a distese di macerie in fiamme costringendone le popolazioni a vendersi in schiavitù, usandole come esercito industriale di riserva per tagliare i salari, e capro espiatorio su cui scaricare le tensioni sociali mettendo gli sfruttati l’uno contro l’altro; dopo aver umiliato e portato alla rovina intere generazioni, derubando gli anziani del frutto d’una vita di lavoro e i giovani d’ogni speranza per il futuro, adesso le élites hanno la faccia da culo di fingere persino d’indignarsi che le classi sfruttate si rivolgano nella direzione sbagliata dopo che tutte le altre gli sono state intenzionalmente precluse.
La colpa storica, politica, e sociale della deriva fascista in atto ricade innanzitutto sulle lerce coscienze di coloro che adesso la denunciano dall’alto dei privilegi che hanno estorto e dei miliardi che hanno saccheggiato.
Le classi dirigenti e i loro Cazzari, che sono da sempre la prima causa del fascismo, e che come sempre si preparano ad approfittarne ancora una volta.
Perché se è vero che preferiscono una falsa democrazia a una dittatura esplicita, è anche vero che a una democrazia autentica preferiscono il fascismo.


venerdì 21 luglio 2017

Alastair Crooke - Il futuro secondo Donald Trump



Traduzione da Consortium News, 20 luglio 2017.

Secondo The Guardian l'Europa ha riacquistato la sua vecchia fiducia in se stessa. Un'aria nuova e ottimistica, "addirittura un'atmosfera trionfalistica, nella maggior parte del continente." Il cancelliere tedesco Angela Merkel viene lodata per aver raggiunto una dichiarazione finale "sfumata" al recente incontro del G20 e per aver "tenuto testa" al Presidente Trump in nome dell'"ordine liberale internazionale". Davvero? Sarebbe questa la fiducia in se stessi? Può anche darsi, ma perfino l'editorialista indipendente del Guardian pensa che la narrativa secondo cui l'Europa starebbe tornando alla ribalta dopo aver sconfitto l'ondata populista sia distorta: "lo spirito di coesione vi è sopravvalutato."
In realtà le élite europeiste dovevano star guardando da qualche altra parte. Il "grande scompaginatore", come David Stockman chiama il Presidente Trump, ha scagliato un pesante sasso nello stagno liberale: ignorarlo è segno di educazione, ma le vecchie divisioni tra quanti stanno nella "sfera" globalista, presuntamente democratica, e quelli dei "regimi" canaglia al di fuori di essa, che stanno al di fuori del perimetro della sua civiltà, stanno lentamente scomparendo.
L'ostilità che esisteva tra una sfera e l'altra sta soccombendo a fronte delle insurrezioni interne a ciascuna sfera. Il rancore e la polarizzazione che ne sono frutto stanno mostrando i propri effetti: quello che il Guardian chiama "ordine liberale internazionale" potrebbe smettere di funzionare inteso come quello stato di cose altamente centralizzato e semiconnesso che esso è stato negli ultimi sessant'anni. Non esiste più un "centro", non esiste più alcuna certezza unificante; non esistono più né una direzione né uno scopo comuni.
Che l'Europa voglia presentare la dichiarazione del G20 come un'intelligente conciliazione fra punti di vista diversi è comprensibile. Solo che mentre l'Europa ha menzionato nella dichiarazione l'impegno al "libero" scambio, i negoziatori statunitensi lo hanno tamponato con un "giusto", e per loro è giusto proteggersi conto pratiche commerciali non eque e prendere in considerazione l'eventuale imposizione di dazi, per esempio sull'acciaio.
Per quanto riguarda i mutamenti climatici i G19 si sono tenuti all'accordo di Parigi, mentre l'AmeriKKKa è rimasta al contrario dell'idea di ritirarsi da esso. Il consenso sulla riduzione delle emissioni di monossido di carbonio è rimasto, ma adesso si è purtroppo contrapposto l'invito ameriKKKano ad utilizzare (invece) in modo più pulito i combustibili fossili. Si è trattato più che altro di accordarsi sul disaccordo, non tanto di raggiungere una sintesi come quella presentata dalla Merkel.


Il sasso più grande

Il sasso più grande che Trump ha gettato nello stagno del G20 è passato quasi sotto silenzio. Eppure esso può potenzialmente colpire gli europei nel punto più doloroso. Tutto questo non è successo neppure ad Amburgo; è successo nel corso della preparazione.
Il commentatore conservatore Pat Buchanan ha detto: "Chiamando il popolo polacco 'l'anima dell'Europa,' [Trump] si riferiva a come nel 1920 in quello che fu chiamato miracolo della Vistola la Polonia, risorta dopo 120 anni di sottomissione, respinse gli invasori dell'Armata Rossa di Lev Trotzky.
[Poi Trump] ha descritto lo stupro di gruppo della Polonia da parte dei nazisti e dei sovietici dopo il patto Hitler-Stalin. Ha ricordato il massacro degli ufficiali polacchi nella foresta di Katyn perpetrato da Stalin e l'insurrezione del popolo polacco contro gli occupanti nazisti nel 1944.
"Quando il Papa polacco Giovanni Paolo II ha celebrato la sua prima messa in piazza della Vittoria nel 1979," ha detto Trump, "1 milione di uomini, donne e bambini polacchi ha levato la voce in una sola preghiera... 'noi vogliam Dio'..."
"A permettere ai polacchi di resistere [a tutte le vicissitudini] è stata la ferma convinzione e la volontà di combattere per quello che erano, un popolo con un Dio, una patria ed una fede, per le proprie famiglie e per la libertà, con il coraggio e la determinazione di difendere una nazione che si regge sulle verità del proprio retaggio e delle tradizioni cattoliche.
L'interrogativo fondamentale del nostro tempo è se l'Occidente ha la volontà di sopravvivere. Abbiamo fiducia nei nostri valori al punto da difenderli a qualsiasi costo? Abbiamo abbastanza rispetto per i nostri cittadini da proteggere le nostre frontiere? Abbiamo la volontà e il coraggio di tutelare la nostra civiltà davanti a quanti vogliono sovvertirla e distruggerla?" [il corsivo è dell'autore, n.d.t.]
Possiamo anche disporre delle economie più forti e degli armamenti più letali del mondo, ma se non sono forti le nostre famiglie, se non sono forti i nostri valori, saremo deboli e non sopravviveremo."


Ignorare la questione

Le élite del G20 hanno ignorato la questione? Trump sta chiedendo agli europei: "avete voi la volontà, la determinazione, la visione limpida e la forza necessarie a "riprendervi" la vostra cultura, il vostro modo di essere, i vostri valori", i vostri paesi? Credo che il messaggio non fosse diretto tanto ai polacchi quanto agli altri europei. Trump a implicitamente preso a bersaglio il punto in cui può colpire gli europei in modo più grave: la questione dell'immigrazione, le politiche della diversità ed il timore degli europei di soccombere dal punto di vista culturale all'ondata dell'immigrazione. A questa questione fondamentale il G20 non ha proposto soluzioni.
Piuttosto a proposito Buchanan si chiede: la Merkel, che i mass media hanno incoronato nuova leader dell'Occidente, ha impressionato con la "risoluta" risposta data ai disordini ad Amburgo, seconda città della Germania? Le immagini da Amburgo, sottintendeva, hanno rafforzato il punto di vista di Trump.
In Europa in molti possono sentirsi offesi dalle parole di Trump, perché esse possono indicare qualcosa di assolutamente contrario ad ogni loro assunto. Anche per tutti costoro Trump può risultare visceralmente sgradito. Simili sentimenti tuttavia non dovrebbero renderli ciechi davanti al punto su cui egli, a torto o a ragione, sta facendo pressioni: è la politica della diversità e delle identità a costituisre il nostro punto di forza -come ci raccontano- o è invece il detenere una sorta di retaggio storico e culturale (spiritualità compresa) a tenerci insieme e a rafforzare interiormente le persone?
Si tratta, come minimo, di un interrogativo valido. Proprio il lato che si sceglie nel rispondere a questo interrogativo va a costituire la nuova linea di rottura che separa il vecchio "bravo ragazzo" globalista da quello cattivo, dal delinquente della sfera non globale. La nuova insurrezione è dentro casa. E il "centro" è sparito, si è diviso in due in modo probabilmente irreparabile.


L'incontro con Putin

Infine c'è stato l'ultimo gesto di rottura simbolico da parte di Trump: il lungo e cordiale incontro con il Presidente Putin. La Russia non segue alla lettera il comportamento di Trump, ma anch'essa ha seguito un percorso parallelo di recupero della propria sovranità politica e culturale. Il lungo incontro con il presidente russo ha sconcertato ed offeso molta gente (si veda qui, per esempio). Solo che il fatto di aver provocato una reazione tanto (troppo) indignata è quello che molti sostenitori di Trump che apprezzano la distruzione del vecchio paradigma considererebbero un merito.
Trump non era né solo né isolato come i principali mass media danno ritratto: Le élites possono anche deplorare e disprezzare la sua rinuncia alla supremazia mondiale ameriKKKana e il suo pericoloso insistere sul fatto che la perdita di posti di lavoro dovuta a pratiche commerciali svantaggiose deve essere riassorbita, ma esiste comunque uno zoccolo duro in Europa che approva senza eccezioni il suo approccio.
Il fatto che Trump metta in dubbio l'assunto ortodosso secondo cui gli Stati Uniti devono mantenere la supremazia dell'ordine mondiale e la sua idea che il sistema del libero scambio abbia fatto perdere all'AmeriKKKa la propria base industriale poggiano per molti ameriKKKani e per molti europei su basi incontestabili. Trump afferma, abbastanza semplicemente: "Noi (gli USA) non possiamo più permettercelo. Siamo carichi di debiti fino al soffitto, le cambiali debordano dalle finestre, e tutti quelli che si riparano sotto il nostro ombrello dal pericolo di una bancarotta mondiale non ci danno un centesimo. Non è che stiamo cercando di imporre qualche cosa agli altri; metteremo noi a posto le cose, e continueremo a comportarci secondo la nostra peculiare cultura, secondo il modo di essere ameriKKKano, lasciando che gli altri seguano la propria." Un discorso semplice, chiaro ed attraente.
Qualunque cosa si pensi di Trump, e abbia ragione o torto su questo argomento, è un'altra questione. Il punto fondamentale è che le questioni essenziali, che sono il dissenso espresso al G20, il discorso fatto ai polacchi e il cordiale incontro con Putin costituiscono nel loro insieme una strategia chiara. Il clima poi al G20 era migliore che non al G7 di maggio in Sicilia: ad Amburgo a pranzo Pippo sembra si sia davvero trovato bene... e perché non avrebbe dovuto.
Dopo due vertici è difficile eludere un paio di conclusioni sulla presidenza Trump.
Innanzitutto, le cose sono cambiate. Probabilmente in maniera irreversibile. Sorprendendo tutti, è stato il "globalista" Emmanuel Macron ad esprimersi al meglio quando ha notato: "Il nostro mondo non è mai stato tanto diviso: le forze centrifughe non sono mai state così forti; il nostro bene comune non ha mai subìto una minaccia così grave."
In secondo luogo, l'immediata recrudescenza al ritorno del Presidente a Washington delle "illazioni isteriche" sul "falso scandalo" di Donald Trump Jr. con la Russia, come le definisce un editorialista indipendente dello Washington Post quali che siano i motivi e gli scopi di tutta la questione, rafforza l'idea "che l'AmeriKKKa non possa più funzionare come entità largamente centralizzata e semiconnessa che è stata per tutto il corso della nostra vita." Lo afferma Mike Krieger, che si mostra forse troppo delicato. Per chi guarda dal di fuori, gli ameriKKKani sembra si stiano divorando vivi a vicenda.
Con cognizione di causa, Krieger cita William Yeats.

Turbinando nel cerchio che si allarga
il falcone non può sentire il falconiere;
le cose cadono a pezzi, il centro non può tenere.
Pura anarchia dilaga nel mondo,
la marea insanguinata s'innalza e dovunque
la cerimonia dell'innocenza è annegata.
I migliori mancano di ogni convinzione mentre i peggiori
sono pieni di intensità appassionata.

domenica 16 luglio 2017

Alastair Crooke - Trump e il paradosso del "nuovo Medio Oriente"



Traduzione da Consortium News, 10 luglio 2017.

Verso il 1920 Harry Philby, giovane ed ambizioso ufficiale britannico, spinse un capo saudita -all'epoca non ancora re- ad alzare il tiro: poteva diventare il capo del mondo arabo scatenando una sollevazione con gli wahabiti e trasformarsi in un sovrano vero e proprio. Per prima cosa però era assolutamente necessario assicurarsi il sostegno del governo britannico; in secondo luogo il capo saudita avrebbe dovuto cambiare l'aspetto dei masnadieri nomadi che costituivano il suo Ikhwan assassino. Abdul Aziz, spesso in Occidente chiamato Ibn Saud e primo re dell'Arabia Saudita, ebbe successo in entrambe le questioni, anche se nel secondo caso si limitò ad avvalersi dell'opera sterminatrice dei britannici.
Nel 2016 Mohammed bin Zayed, un ambizioso principe del Golfo, ha spinto un giovane principe saudita che vorrebbe diventare re ad alzare il tiro: poteva diventare il capo del mondo arabo scatenando una sollevazione con gli wahabiti e assicurare all'Arabia il primato sul mondo arabo. Per prima cosa però era assolutamente necessario assicurarsi il sostegno del governo sionista, cui avrebbe fatto séguito quello statunitense; in secondo luogo, egli avrebbe dovuto cambiare l'immagine dell'Arabia Saudita da una basata sull'identità islamica ad una più rivolta all'ambiente globale occidentale e finanziarizzato. Mohammad bin Salman (MbS), un nipote di Abdul Aziz detto Ibn Saud, può fallire in entrambi i compiti. Per quale motivo? Perché nessuno degli attori in questa replica della storia è forte quanto pensa di essere.
"A partire dai primi incontri, Philby rimase affascinato dal leader saudita", afferma la storia, e alla fine si convertì allo wahabismo e trascorse gli anni che gli rimanevano alla "corte" di colui che era nel frattempo diventato il re. La "regalità" saudita e la sua illimitata propensione allo sperpero hanno sempre esercitato un fascino potente sulle élite anglo-ameriKKKane. Chiaramente, Trump è rimasto affascinato allo stesso modo nel corso della sua visita a Riyadh, al punto che ha ignorato il segretario alla Difesa e quello del dipartimento di Stato preferendo avallare il tentativo di bin Salman di far implodere politicamente il Qatar, e ha lasciato i segretari Tillerson e Mattis a cercare di ricomporre la disputa venutasi a creare e a tirare maldestri fendenti all'aria, visto che una voce ufficiale della Casa Bianca ha qualificato come "opinioni personali" le loro dichiarazioni, intese come contrapposte all'editto presidenziale emesso via Twitter.
Come risultato si è avuto un ginepraio, per la diplomazia ameriKKKana; un ginepraio che potrebbe portare a conseguenze geopolitiche negative per gli USA. Che cos'è che è andato male? Sembra che tutte le parti in causa in questo affare abbiano  sovrastimato le proprie capacità di raggiungere lo scopo, e che lo "schieramento occidentale" sia svaporato insieme alla pasticciata prospettiva di una coalizione sunnita e sionista a guida statunitense che avrebbe sconfitto lo Stato Islamico, rimesso al suo posto l'Iran, "fatto sparire" la "questione" palestinese dal tavolo e costruito per Trump delle credenziali in politica estera.


L'accordo tra sauditi e sionisti

In linea di massima il progetto prevedeva che un'Arabia Saudita guidata da MbS si sarebbe gradatamente mossa per il riconoscimento dello stato sionista e al tempo stesso avrebbe provveduto a laicizzare senza chiasso l'Islam di casa propria passando per l'adozione dell'ecopnomia liberale (in modo da ridurre l'ostilità del Congresso statunitense). Bin Salman avrebbe guidato uno jihad sunnita comprendente tutta la regione contro l'Iran, ridimensionandone l'influenza. Col pretesto del "terrorismo" da combattere, avrebbe assestato una mazzata al Qatar, a Hamas e ai Fratelli Musulmani, cosa che ci si aspettava avrebbe compiaciuto alcuni attori fondamentali: la lobby filosionista negli USA, lo stato sionista, l'Egitto e lo stesso Trump. Sicuramente quest'ultimo ne è rimasto compiaciuto: Mohammed bin Salman era stato designato proprio a questo scopo.
L'equivoco è stato pensare che USA e stato sionista avrebbero agito di concerto per indebolire ed arginare l'Iran, la bestia nera dei sauditi, e che lo stato sionista sarebbe al tempo stesso andato incontro all'intrapresa normalizzazione dei rapporti messa in atto da bin Salman per progredire in qualche modo sulla questione palestinese.
Il problema è che le parti in causa sembrano aver nutrito aspettative esagerate in merito agli obiettivi che ciascuna diesse poteva realisticamente pensare di raggiungere. Nello stato sionista poteva anche esserci qualcuno dotato di prospettive più realistiche, ma l'idea che una sorta di riallineamento geostrategico in grado di cambiare le regole del gioco fosse a portata di mano si evinceva con chiarezza dai discorsi dei funzionari superiori dello stato sionista alla recente conferenza sulla sicurezza a Herzaliyya.
La capacità degli USA di far recedere l'Iran dalla Siria, dall'Iraq o dal Libano sembra anch'essa esser stata oggetto di esagerata stima da parte dello schieramento occidentale, che si sta comportando come un "Dipartimento di Stato" alternativo. Lo schieramento occidentale sembra aver ignorato la nuova realtà rappresentata da un asse Libano - Siria - Iraq - Iran che oggi è geograficamente interconnesso, e la portata della mobilitazione militare degli sciiti in corso in Iraq. Allo stesso modo, esso sembra aver ignorato il fatto che non è mai esistita un'opposizione sunnita unitaria nei confronti dell'Iran, che non è mai esistita unità di intenti all'interno del Consiglio degli Stati del Golfo, e che nei paesi sunniti c'è poca voglia di vedere un'altra affermazione dell'egemonia saudita.
ben Caspit è un corrispondente di lungo corso dallo stato sionista; ha scritto, citando un ufficiale superiore, che "ci sono oggi nello stato sionista elementi che ammettono apertamente di aver commesso 'un errore storico madornale' nei primi tempi della sua esistenza, quando hanno fatto la guerra agli sciiti invece di accettarli e di stringere con loro un'alleanza."
"Avremo da pentircene per generazioni", continuava l'ufficiale dell'esercito. "Possiamo solo considerare l'idea di cambiare registro quando sarà finita la rivoluzione iraniana... ma nessuno sa quando questo succederà."
Anche la capacità dell'Arabia Saudita di spingersi oltre qualche limitata concessione di fiducia come il garantire i passaggi via mare intesi come parte degli accordi di Camp David, i diritti di sorvolo e l'instaurazione di telecomunicazioni con lo stato sionista è chiaramente molto limitata in mancanza di un rispettivo e commisurato sforzo dello stato sionista per alleviare le sofferenze dei palestinesi. Né l'Arabia Saudita né alcun altro paese musulmano ccetteranno un qualsiasi esito che pregiudichi, agli occhi del mondo islamico, la posizione di Gerusalemme.


I limiti di Netanyahu

E questo è proprio quello che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu non può ammettere, se non vuole perdere il governo. Non può fare quasi nessuna concessione ai palestinesi se vuole tenere in piedi la sua coalizione. Riesce a far intendere di poter fare di più, e magari lo schieramento occidentale ha preso alla lettera le sue dichiarazioni. Non sarebbe il primo a commettere questo errore.
Anche la debole leadership palestinese non può permettersi di cedere su Gerusalemme. I leader arabi sunniti possono anche esser venuti su a pane e a questione palestinese, ma capiscono che combinare pasticci con lo status di Gerusalemme significa toccare una linea ad alta tensione che può sgretolare la loro stessa legittimità.
Come finirà? Oggi è troppo presto per giudicare l'impatto sull'Arabia Saudita. Le regole del gioco potrebbero cambiare davvero, ma per lo stato sionista l'atteggiamento nei confronti dei palestinesi continuerà ad essere quello di controllare e di garantire lo stato di cose presente. Una eccezione a questo ostinarsi sulla stessa strada potrebbe essere rappresentata dal tentativo che lo stato sionista sta portando avanti per realizzare un cordone sanitario attorno al Golan occupato e per allontanarne le truppe siriane, con particolare riguardo alle formazioni appoggiate dall'Iran. Questo tentativo potrebbe sfociare in una escalation militare di qualche genere. I funzionari sionisti sono preoccupati perché una volta caduto lo Stato Islamico a Raqqa gli USA potrebbero accordarsi con la Russia e levare le tende, lasciando il governo siriano e le forze che lo spalleggiano ad agire sul Golan dall'altra parte della linea armistiziale con profonda frustrazione per lo stato sionista.
Non sorprende dunque il fatto che gli alleati dello stato sionista si stiano mobilitando per "tenere gli USA dalla parte giusta del conflitto", ovvero dalla parte dello stato sionista. I neoconoservatori già intravedono il vuoto che si è venuto a creare nella politica estera statunitense con l'aria che tira per la "grande alleanza" dello schieramento occidentale; un vuoto in cui si possono inserire le preoccupazioni dello stato sionista.
Non è una coincidenza il fatto che Mark Dubowitz abbia invocato sullo Wall Street Journal una vera e propria offensiva a tutto campo contro l'Iran, aperta e coperta, e che lo stesso abbia fatto Ray Takeyh sullo Washington Post, scrivendo che "è ora di lavorare per il collasso politico dell'Iran." Di fatto, questi editorialisti invocano la resurrezione dell'AmeriKKKa, dell'etica della guerra fredda, delle sue pulsioni istintuali.
Mi chiedo se il Presidente Trump ha davvero la volontà politica, o il desiderio, di arginare l'Iran con i metodi di una guerra fredda in piena regola come vorrebbero gli alleati dello stato sionista e Mohammed bin Salman. Probabilmente se ci prova si ritroverà isolato, con soltanto lo stato sionista e i suoi alleati a pretendere che l'AmeriKKKa impieghi in questo modo le proprie energie e magari anche la vita dei propri soldati. Gli europei -ovvero la Francia e la Germania- hanno già deciso di opporsi all'AmeriKKKa per quanto riguarda l'Iran: i due governi hanno approvato un accordo preliminare con l'Iran per lo sviluppo del giacimento di gas chiamato South Pars per un totale di cinque miliardi di dollari; Cina e Russia sono già partner strategici e commerciali dell'Iran.
Sembra piuttosto che l'amministrazione statunitense stia lentamente realizzando che la linea politica schiettamente neoconservatrice adottata in politica estera dal cosiddetto schieramento occidentale sta lasciando la presidenza USA senza nulla da dire al Presidente russo Vladimir Putin. Le dichiarazioni rilasciate prima del G20 dal Segretario di Stato Rex Tillerson circa la situazione in Siria, e che ammettono effettivamente che la Siria è nelle mani dei russi, possono riflettere una prima presa di consapevolezza di quella che è la situazione.


Un Trump indebolito

Il vespaio sulla Russia ha indebolito Trump. Nel frattempo Putin si preoccupa innanzitutto di missili balistici, di armi nucleari, dell'espansione della NATO  di equilibrio strategico. Appena Trump rilascia una qualche dichiarazione che appena appena sappia di comprensione per le serie preoccupazioni di Putin, si trova ad affrontare l'orda dei segugi dell'establishment liberale che gli scagnano contro dandogli del collaborazionista; proprio quello che è successo dopo l'incontro dei due al G20. Lo stesso vale per l'Ucraina, con l'eccezione di qualche assoluta banalità sull'importanza degli accordi di Minsk, cui Tillerson potrà tranquillamente e più concretamente rimediare in seguito.
Quello che hanno ottenuto gli alleati dello stato sionista e dei Paesi del Golfo con il loro cordone sanitario alle frontiere siriane o con la pretesa di arginare l'Iran e Hezbollah in Siria, o ancora con la balcanizzazione della Siria e con i tentativi di staccare l'Iran dalla Siria inframezzando fra i due paesi il cuneo dei curdi è stato il lasciare Trump a mani vuote. Cosa può offrire Trump a Putin per la guerra allo Stato Islamico, al di là del porre ostacoli ai suoi alleati e al suo obiettivo, che è quello di manenere intatte le infrastrutture e il territorio dello stato siriano. che Putin possa considerare ben accetto ed utile? Allo stesso modo, come può Putin sostenere Trump quando l'agenda statunitense evita come la peste qualunque approccio di qualunque genere nei confronti delle forze che davvero stanno cercando di ripristinare la stabilità in Siria?
La dichiarazione di Tillerson potrebbe essere soltanto il primo accenno al fatto che queste considerazioni sono oggetto di serie meditazioni, come quelle che hanno portato all'accordo fra Putin e Trump per un parziale cessate il fuoco nella Siria sudoccidentale. Presto ne sapremo di più.

sabato 8 luglio 2017

Firenze: una giornata di luglio nell'insihurézza e n'i'ddegràdo colpa degli extracomunitari invasori


Firenze. La cavalleria dello Stato Islamico scorrazza indisturbata alle Cascine. 

Una volta si sosteneva, a fronte delle oziose imprese estive di politici, gazzettieri e gendarmi, che agosto era un mese parco di argomenti e che toccava far giornata con quello che c'era.
Negli ultimi dieci anni sono intervenuti a mutare il quadro sia le "reti sociali" sia la sanzionabilità penale della pura e semplice esistenza in vita, dal momento che è sufficiente "turbare" una "percezione" di sicurezza per destare l'interesse della gendarmeria. 
Agosto tutto l'anno: una bellezza, davvero.
Questo insieme consente di avallare ogni genere di iniziativa ridicola, ogni caso bagatella, ogni capriccio di funzionario, ogni piagnisteo da borgomastro in campagna elettorale permanente.
Il 6 luglio 2017 un certo a.gag, gazzettiere del Corriere Fiorentino, ha potuto far giornata fotografando due extracomunitari nordameriKKKani intenti a fare una di quelle cose che se fossero state presenti nel copione di "Amici Miei" o avessero avuto come protagonista qualche giullare gradito a corte avrebbe loro valso, di qui a qualche anno, un ricordo commosso e il conferimento delle chiavi della città in occasione di qualcuna di quelle rievocazioni dei bei tempi andati che nella Disneyland del Rinascimento ormai fanno cespite stabile. 
E fin qui andrebbe anche bene; i fogliettisti più in là non ci vanno, e poi ci sono i centri estivi dei bambini da pagare. 
Il fatto rivelatore è che la gendarmeria locale, a sentire un certo Gianassi, dovrebbe dare la caccia a questi due signori. 
 Oh, centinaia di buoni a nulla ne hanno cianciato sul Libro dei Ceffi, quindi la cosa ha una portata fondamentale, essenziale, ineludibile, macroscopica. Chiunque non sia un Gianassi ne deduce invece che non avendo con ogni evidenza la gendarmeria locale alcunché di valido o di utile di cui occuparsi sul serio, sarebbe razionale sfoltirne drasticamente gli organici.

Il Corriere Fiorentino quando punta una preda non molla finché non l'ha distrutta, secondo una prassi tipica delle iene e delle gazzette. Il 10 luglio riesce a tirar dentro anche il borgomastro che esorta anch'egli i sudditi alla delazione, non essendo bastate le centinaia di arruolati nella gendarmeria locale all'assolvimento dell'immane compito. 

L'unica reazione sensata in un caso come questo consiste nel ricordare una vecchia canzonaccia goliardica in greco maccheronico che pare fatta apposta.

Èdramon kài èdramon, 
edòkesan pompàioi, 
hòi tèssares pseudàioi
tón tès pòleis fulakón. 
Èpheboi, parthènai, 
mè pìskete en kanàloi
allà pìskete en gambàlois
tón tès pòleis fulakón. 

domenica 2 luglio 2017

Francesca Lorenzi, Saverio di Giulio e il diplomato Giovanni Donzelli contro la moschea fiorentina di San Jacopino


Da qualche tempo trascuriamo di dileggiare le intraprese dell'occidentalame fiorentino; cose che succedono a chi deve svolgere serie attività retribuite invece di frequentare ristoranti e raccontare menzogne con l'aiuto dei gazzettieri, e a chi cerca di impiegare il tempo che dedica ad internet pubblicando traduzioni e considerazioni costruttive, invece che ciance che interessano soltanto l'unico target che la politica rappresentativa si degni di considerare.
Questo target è composto da due categorie. 
La prima è quella dei pensionati ringhiosi con la televisione sempre accesa e i fucili da caccia nella vetrinetta del soggiorno. 
La seconda è quella delle Mamme arciconvinte che una torma di negri stia brigando per attentare alla purezza di quelle bambine che le zingare non gli hanno ancora rubato. 
Non male, per un "paese" che fino a qualche anno fa cianciava di essere la sesta o la quinta potenza mondiale, chiamare alla politica rappresentativa solo gente che è più parte dei problemi che delle soluzioni. 
Soltanto dai gazzettieri veniamo a sapere in una ciondolante giornata estiva che la moschea fiorentina di San Jacopino esiste ancora, gode di buona salute ed è frequentata da persone che ormai evitano anche di lasciare le scarpe fuori dall'ingresso rimuovendo così l'unico casus belli che la cartolaia Lorenzi fosse stata in grado di accampare
Visto che la precedente iniziativa "contro la moschea" aveva consentito a Francesca Lorenzi di ramazzare non più di una ventina di mangiaspaghetti e quelli delle gazzette devono averla invitata ad evitare di farsi ulteriormente viva (ogni bagatellfall ha un proprio, brevissimo ciclo vitale) stavolta il sedicente "comitato San Jacopino" ha dovuto ricorrere ai grossi calibri: Saverio di Giulio, locale franchiser di Boutique Pound, e il diplomato Giovanni Donzelli, quello che ha autocertificato con tanto di firma di non aver mai lavorato un giorno in vita sua e che quando il signor Gianluca Casseri si esibì in tutta una serie di quei gesti gratuiti, violenti e sconsiderati che Boutique Pound apprezza tanto trovò il modo di dare il meglio di sé
Totale, quaranta (dicono) persone. 
E un problema. A cosa attaccarsi, perché anche chi deve fare giornata riempiendo una gazzetta può permettersi di scegliere e il rischio è quello di stancare. Per giunta Boutique Pound ha sede nelle vicinanze, e questo potrebbe portare le ciance su i'ddegràdo e l'insihurézza ad assumere pieghe controproducenti. 
Il diplomato Donzelli, constatata la mancanza di scarpe bombardabili, statuisce il pericolo incombente con attribuzioni causali del tipo che gli hanno permesso di mangiare maccheroni alle spalle dell'elettorato per buona parte della sua vita consapevole. 
Sono qui per portare il mio sostegno al comitato. La moschea abusiva è una vergogna in quartiere già di per sé difficile. Il comune continua a far finta di niente, dicendo che non abbiamo a che fare con un luogo di culto, ma tutti i residenti si sono resi conto che non è così durante il Ramadan. La moschea deve essere subito chiusa: al suo interno non si sa cosa viene detto, non si sa se viene fomentato l’odio verso le nostre tradizioni e la nostra cultura. Solo un cieco potrebbe non vedere il pericolo in questa vicenda. Nardella ha venduto San Jacopino agli invasori. 
Verrebbe da ricordare che ogni vendita comporta una transazione di denaro. Il diplomato Giovanni Donzelli sarà senz'altro in grado di documentarla, data l'importanza del problema che solleva; mica si può vendere mezzo quartiere senza lasciare qualche traccia. In mancanza, il borgomastro in carica potrebbe anche chiedergliene ragione, ingolfando ulteriormente il sistema giudiziario del suo "paese".
Le tradizioni e la cultura dei donzelli sono cosa contro cui nessuno fomenta alcunché. L'idea che un donzelli possa essere rappresentativo di valori minacciati da chicchessia non è neppure degna di considerazione. Resta in effetti il problema della lingua, che è risolvibilissimo studiando le lingue straniere. Il sistema universitario dello stato che occupa la penisola italiana offre ottimi corsi in materia presso le università di Napoli e di Venezia, cui ogni suddito ha pieno diritto di iscriversi. Non è detto che i risultati saranno gran cosa, dal momento che Giovanni Donzelli ha già frequentato senza alcun costrutto l'università di Firenze per circa quindici anni, ma nulla vieta di sperare.

venerdì 30 giugno 2017

Jonathan Cook - La sorte dello stato sionista può cambiare in peggio, grazie ai giovani ebrei statunitensi?



Traduzione da Jonathan Cook, 26 giugno 2017.


Sono stati pochi i libri sulla storia della Palestina che sono diventati dei best seller. Uno di questi, intitolato A History of the Palestinian People: From Ancient Times to the Modern Era questo mese è riuscito a schizzare in vetta alle classifiche di vendita di Amazon.
Il suo autore, Assaf Voll, è un accademico dello stato sionista e afferma di aver consultato "migliaia di fonti" per illustrare "il contributo insostituibile del popolo palestinese al mondo e all'umanità".
Insomma, quando ad Amazon si sono accorti che le centotrenta pagine del libro erano tutte bianche hanno precipitosamente tolto il titolo dal sito. Non prima che centinaia di clienti avessero pagato una decina di dollari per ritrovarsi con questo scherzo da prete. Parlando ad una radio sionista il signor Voll ha detto: "C'è bisogno che qualcuno dica [ai palestinesi] la verità, anche se fa male."
A History of the Palestinian People ha qualche antecedente famoso. Nel 1969 il primo ministro dello stato sionista Golda Meir dichiarò al mondo: "Non esiste nulla di simile ad un popolo palestinese."
Quindici anni dopo un libro intitolato From Time Immemorial riscosse il plauso degli studiosi e dei giornali in tutti gli Stati Uniti. Esso sosteneva che i palestinesi non erano un popolo nativo della Palestina, ma emigrati per ragioni economiche che si erano avvalsi delle proposte fatte dall'impero ottomano.
Un brillante studente di dottorato ebreo, Nortman Finkelstein, sbugiardò il volume ed esso venne gradualmente dimenticato.
L'iniziativa di Voll riecheggia comunque la narrativa storica popolare nello stato sionista. Nei musei dello stato sionista la presenza dei palestinesi viene obnubilata con oscuri riferimenti ad un periodo "ottomano". Come i romani, i crociati, i mamelucchi e i britannici, gli ottomani vengono presentati come occupanti temporanei. I politici e i mass media dello stato sionista parlano normalmente dei palestinesi di oggi come di occupanti abusivi e di intrusi.
Ai sionisti non è parso il vero di far sparire i palestinesi. Chi mai deve sentirsi colpevole per la cacciata di migliaia di "arabi" nel 1948 o per il dominio brutale esercitato per più di cinquant'anni nei territori occupati, se i palestinesi non avevano fin dall'inizio alcun diritto di essere lì?
L'antidoto al libro senza parole del signor Voll è una recente antologia di saggi che comprende scrittori ebrei e sionisti di prima grandezza e che non dimentica mai il profondo radicamento dei palestinesi nel paese e tiene l'attenzione concentrata sulla devastante realtà dell'occupazione sionista.
La settimana scorsa lo scrittore e il vincitore del premio Pulitzer Michael Chabon ha detto aver dovuto affrontare un fuoco di fila di insulti dopo la pubblicazione di Cenere e ulivi; un fuoco di fila fatto apposta perché fosse di ammonimento a chiunque avesse l'intenzione di comportarsi come lui.
I motivi che portano i sostenitori dello stato sionista a fare dell'invisibilità dei palestinesi la propria tattica di elezione sono comprensibili. Tuttavia esiste una pubblicazione recente che suggerisce che sarebbe saggio per loro mettere in ombra anche lo stato sionista.
Il Brand Israel Group ha scoperto che più gli studenti statunitensi di college venivano a sapere sullo stato sionista e meno lo apprezzavano. Nei sei anni fino al 2016 il sostegno per lo stato sionista nella nuova generazione della classe dirigente ebraica è calato bruscamente, di ventisette punti percentuali.
Lo stato sionista per tradizione intrattiene legami con gli ebrei che vivono oltremare. Nel corso degli ultimi vent'anni il programma Birthright ha portato mezzo milione di giovani ebrei ameriKKKani in viaggio d'estate gratis nello stato sionista per un corso intensivo di indottrinamento.
Si supponeva che gli studenti se ne sarebbero ripartiti come ferventi ambasciatori dello stato sionista o, meglio ancora, come dediti alla causa che vi sarebbero emigrati per aiutare nella guerra demografica contro i palestinesi.
Tuttavia gli organizzatori sono consapevoli del fatto che un crescente numero di partecipanti se la squaglia poi nei territori occupati per scoprire de visu una storia che i più anziani non gli hanno raccontato. La cosa può avere un effetto profondo. Molti si impegnano nelle manifestazioni di protesta che si tengono nei territori occupati o diventano leader del boicottaggio contro lo stato sionista nelle loro università una volta rientrati.
Quando lo stato sionista ha annunciato nei primi mesi di quest'anno gli avrebbe negato l'ingresso agli stranieri che sostengono il movimento di boicottaggio centinaia di partecipanti alle iniziative del Birthright hanno firmato una petizione chiedendo se a loro l'ingresso sarebbe stato concesso.
I segni del fatto che lo stato sionista avrà qualche problema con la prossima generazione di ebrei ameriKKKani sono già evidenti. Sono l'essenza di un nuovo progetto in atto nella west bank vicino a Hebron e che prevede iniziative non violente dirette contro l'occupazione. Il Sumud Freedom Camp -"Sumud" indica in arabo il concetto di determinazione- è un progetto che coinvolge palestinesi, abitanti dello stato sionista ed ebrei stranieri che rifiutano di non vedere le sofferenze dei palestinesi. Costituisce un nuovo tipo di protesta unitaria.
Questi giovani ebrei sperano che la loro presenza proteggerà i palestinesi che cercano di riottenere le terre rubate dallo stato sionista. L'esercito ha più volte sgomberato il campo. Una partecipante ebrea statunitense ha scritto ai mass media dello stato sionista di come le esperienze fatte abbiano incrinato ai suoi occhi l'immagine dei soldati sionisti come "supereroi che la avrebbero protetta dai pericoli".
La gioventù ebraica ameriKKKana si sta polarizzando: da una parte c'è la generazione più anziana cui l'ignoranza consente di perorare senza riflettere la causa dello stato sionista, dall'altra c'è quella più giovane, cui una maggiore consapevolezza ha fatto sviluppare anche un senso di responsabilità. In un mondo sempre più globalizzato questa tendenza è destinata ad intensificarsi.
I giovani ebrei ameriKKKani dovranno fare la loro scelta. Si renderanno complici, sia pure rimanendosene in silenzio, nella cancellazione del popolo palestinese che lo stato sionista ha intrapreso in loro nome? O si leveranno in piedi e lotteranno nei territori occupati, nelle università, nei quartieri e, tra non molto, anche nelle stanze del potere a Washington?

giovedì 29 giugno 2017

Jonathan Cook - Seymour Hersh, le conclusioni sulla Siria che il mainstream non pubblica


Khan Sheikhoun, 4 aprile 2017. I soccorritori toccano le vittime del preteso attacco chimico senza alcuna protezione.


Traduzione da Jonathan Cook, 26 giugno 2017.

Seymour Hersh è un veterano del giornalismo investigativo, colui che ha portato all'attenzione del pubblico il massacro di Ma Lai durante la guera del Vietnam e le angherie contro i prigionieri di Abu Ghraib nel 2004. Probabilmente è il giornalista più influente dell'epoca moderna, ad eccezione forse di Bob Woodward e Carl Bernstein, la coppia che rivelò lo scandalo Watergate.
Per decenni Hersh ha usato la propria estesa rete di contatti nell'ambiente dei servizi di sicurezza degli Stati Uniti per narrare la storia che sta dietro le versioni ufficiali e per rivelare fatti che spesso hanno profondamente contrariato le personalità al potere e hanno mandato all'aria le favolette egoriferite che si pretendeva che il pubblico accettasse come notizie. La sua levatura nell'ambiente del giornalismo è tale che nel mare della disinformazione dei grandi mass media ha potuto avvalersi di una piccola isola di libertà presso l'elitario ed influente New Yorker.
Il paradosso è rappresentato dal fatto che nell'ultimo decennio, mentre i media sociali hanno messo a disposizione una piattaforma maggiormente democratica per la diffusione delle informazioni, i grandi mass media sono diventati sempre più timorosi nei confronti di figure davvero indipendenti come Hersh. La portata potenziale delle sue narrazioni oggi potrebbe essere enormemente amplificata dai media sociali. Di conseguenza è stato sempre più emarginato ed il suo lavoro fatto oggetto di denigrazione. Negandogli la credibilità rappresentata da una "rispettabile" piattaforma mainstream è stato possibile farlo figurare per la prima volta nella sua carriera come un cialtrone e come un ciarlatano. Come uno che sparge notizie false.
Eppure, nonostante gli sforzi che ha dovuto fare ultimamente per trovare qualcuno che pubblicasse i suoi lavori, ha continuato ad occuparsi di politica estera occidentale, questa volta per quanto concerne la Siria. La narrativa ufficiale occidentale ha ritratto il presidente siriano Bashar Assad come uno psicotico, uno talmente irrazionale ed autodistruttivo che usa a tratti armi chimiche contro il suo stesso popolo non soltanto senza alcun evidente motivo, ma proprio nei momenti in cui è probabile che gesti del genere portino al suo governo danni incalcolabili. In particolare due attacchi con il gas sarin si sarebbero verificati proprio mentre Assad stava facendo grandi progressi sul piano diplomatico o militare e mentre gli estremisti islamici di al Qaeda e dello Stato Islamico, che sono i suoi principali contendenti, erano sulla difensiva ed avevano disperato bisogno di un intervento dall'esterno.



 

Un mostro pericoloso

Le indagini di Hersh non hanno soltanto indebolito le affermazioni prive di riscontro diffuse in Occidente per destabilizzare il governo di Assad, ma hanno fatto danni anche a una più ampia iniziativa politica statunitense tesa a "riplasmare il Medio Oriente". Il suo lavoro ha sfidato l'accordo politico e mediatico che vige nel raffigurare il presidente russo Vladimir Putin, che è il principale alleato di Assad contro gli estremisti islamici che stanno combattendo in Siria, come un altro mostro pericoloso che l'Occidente deve rimettere al suo posto.
Per tutti questi motivi Hersh si è trovato sempre più isolato. Il New Yorker si è rifiutato di pubblicare le sue indagini sulla Siria. Gli è toccato quindi attraversare l'Atlantico e trovare asilo presso la prestigiosa ma assai meno affermata London Review of Books.
Già nel 2013 le sue fonti all'interno dei servizi e della sicurezza gli avevano rivelato che l'asserzione che Assad avesse ordinato l'uso di gas sarin a Ghouta, alla periferia di Damasco, non reggeva ad un esame. Anche James Clapper, il responsabile nazionale dei servizi di informazione sotto Barack Obama, fu costretto ad ammettere in separata sede che incolpare Assad "non era un gioco da ragazzi", anche se i mass media avevano presentato la questione esattamente in questo modo. Il lavoro di Hersh permise all'epoca di ostacolare gli sforzi tesi ad appoggiare un'aggressione militare occidentale che abbattesse il governo siriano.
Il suo ultimo lavoro di indagine si chiede se Assad sia stato responsabile di un altro attacco con i gas, questa volta verificatosi ad aprile presso Khan Sheikhoun. Anche in questo caso è stata velocemente messa in piedi una narrativa occidentale senza incrinature dopo che i media sociali avevano mostrato decine di siriani morti, a quanto sembra dopo il bombardamento operato da un aereo siriano. Per la prima volta nel corso del suo mandato presidenziale Trump ha ricevuto encomi a tutto campo per aver lanciato un attacco di ritorsione contro la Siria, anche se, come dimostra Hersh, non aveva alcuna prova a sostegno di questo attacco, che ha rappresentato una grave violazione del diritto internazionale.
La nuova ricerca di Hersh è stata finanziata dalla London Review of Books, che ha rifiutato di pubblicarla. Una cosa disturbante quanto gli eventi in questione.
Si è trattato di un ostracismo mediatico così forte che persino la London Review of Books si è fatta intimorire. L'articolo di Hersh è finalmente uscito il 25 giugno su una pubblicazione tedesca, Welt am Sonntag. Lo Welt è un giornale pluripremiato e non meno serio del New Yorker o della London Review of Books. È significativo tuttavia il fatto che Hersh sia costretto a pubblicare anche altri materiali proprio dagli stessi centri di potere le cui menzogne sono messe alla prova dal suo lavoro di investigazione.
Si pensi quanto sarebbe stato efficace nell'abbattere Richard Nixon il lavoro di Woodward e Bernstein se i due avessero potuto pubblicare i risultati della loro ricerca sullo Watergate soltanto sui media francesi. Questa è la situazione in cui ci troviamo oggi rispetto ai tentativi di Hersh di verificare le affermazioni sulla Siria che l'Occidente si è fabbricato apposta.

 

La collaborazione tra Stati Uniti e Russia

In sostanza l'indagine di Hersh ha appurato che Trump ha lanciato 59 missili Tomahawk contro una base aerea siriana ad aprile "nonostante i servizi statunitensi lo avessero avvertito di non aver trovato alcuna prova dell'uso di armi chimiche da parte dei siriani."
Hersh rivela che contrariamente a quanto generalmente affermato l'attacco siriano contro un luogo di riunione degli jihadisti a Khan Sheikhoun il 4 aprile fu strettamente coordinato in anticipo dai servizi russi e da quelli statunitensi. Gli Stati Uniti sapevano bene cosa sarebbe successo e hanno monitorato gli eventi.
La fonte di Hersh nell'ambiente dei servizi specifica che questo stretto coordinamento aveva due motivi. In primo luogo esiste un processo chiamato "deconfliction" che serve ad evitare collisioni o scontri accidentali tra militari statunitensi, siriani e russi, soprattutto per quanto riguarda i jet supersonici. I russi quindi fornirono in anticipo ai servizi statunitensi informazioni dettagliate sull'attacco di quel giorno. In questo caso specifico era necessario ordinarsi anche perché i russi volevano avvertire gli Stati Uniti di tenere lontana da quella riunione una talpa della CIA che si era infiltrata nel gruppo jihadista.
"Non si è trattato di un attacco con armi chimiche," ha raccontato a Hersh un consigliere di alto livello dei servizi statunitensi. "Questa è una favola. Se così fosse stato tutti quelli che avrebbero dovuto maneggiare, caricare e di innescare gli armamenti... Avrebbero indossato abbigliamento protettivo a salvaguardia da eventuali fuoriuscite. Senza un equipaggiamento del genere le probabilità di sopravvivere sarebbero nel caso state molto basse."
Secondo i servizi statunitensi, riferisce Hersh, l'aeronautica siriana è riuscita a colpire l'obiettivo usando una grossa bomba convenzionale fornita dai russi. Ma se Assad non ha usato una testata chimica, perché sembra che molte persone a Khan Sheikhoun siano morte come se avessero inalato gas tossici?
Nell'ambiente dei servizi statunitensi, scrive Hersh, si pensa che la bomba abbia innescato delle esplosioni secondarie in un magazzino che si trovava nella cantina dello stabile ed in cui si trovavano gas propano, fertilizzanti, insetticidi ed anche "raggi, armamenti e munizioni, ... [e] the contaminanti a base di ipoclorito di sodio per pulire i corpi dei defunti prima della sepoltura". Queste esplosioni hanno creato una nube tossica che l'aria densa del primo mattino ha tenuto vicina al suolo.
Medecins Sans Frontieres si è accorta che i pazienti trattati "avevano odore di varichina, cosa che fa pensare che fossero stati esposti all'ipoclorito." Il sarin non ha alcun odore.
Hersh conclude che

Le prove fanno pensare che i sintomi osservati fossero dovuti a più di una sostanza, cosa che non sarebbe stata se l'aeronautica siriana avesse sganciato una bomba al sarin come pretendono gli attivisti dell'opposizione; un ordigno del genere non produce un'onda d'urto o l'energia di attivazione necessaria ad innescare esplosioni secondarie. La gamma dei sintomi è compatibile invece con lo sprigionarsi di un miscuglio di sostanze chimiche, un miscuglio comprendente ipoclorito e fosfati organici di quelli che si usano in molti fertilizzanti e che può causare effetti neurotossici simili a quelli del sarin.

Un suicidio politico

La principale fonte di Hersh nell'ambiente dei servizi fa anche una importante considerazione sul contesto che sicuramente non succederà di apprendere dal mainstream.

Quello che la maggior parte degli ameriKKKani non capisce che se ci fosse davvero stato da parte dei siriani un attacco con gas nervini dietro autorizzazione di Bashar [Assad], i russi sarebbero montati in collera dieci volte di più di qualsiasi altro occidentale. La strategia dei russi contro lo stato islamico, che contempla la collaborazione con gli ameriKKKani, ne sarebbe stata distrutta e Bashar avrebbe avuto la responsabilità di aver fatto girare i coglioni ai russi con conseguenze imprevedibili per lui stesso. Bashar avrebbe fatto una cosa del genere? Proprio quando sta per vincere la guerra? Ma mi stai prendendo in giro?
Quando i funzionari della sicurezza nazionale statunitense si sono messi a pianificare la rappresaglia di Trump hanno chiesto alla CIA che cosa sapeva di quanto successo a Khan Sheikhoun. Secondo la fonte di Hersh, la CIA rispose che "non esisteva alcun quantitativo residuale di sarin a Sheyrat [la base da cui erano decollati i bombardieri siriani] e che Assad non aveva motivo di suicidarsi politicamente."
La fonte continua:

Nessuno sapeva da dove venissero le foto [delle vittime dell'attacco]. Non sapevamo chi fossero i bambini o come fossero stati colpiti. In realtà il sarin è molto facile da identificare perché penetra nelle tinteggiature, quindi non si sarebbe dovuto far altro che prenderne un campione. Sapevamo che c'era stata una nube [tossica] e sapevamo che aveva ferito della gente. Però non si può saltare da una cosa come questa alla certezza che Assdad avesse nascosto del sarin alle Nazioni Unite perché voleva usarlo a Khan Sheikhoun. 
Trump, sotto pressione politica e particolarmente emotivo per natura, ha ignorato l'evidenza. Afferma la fonte di Hersh:
Il presidente ha visto le fotografie delle bambine avvelenate e ha detto che Assad aveva commesso un gesto atroce. È tipico della natura umana: si salta alle conclusioni che si vogliono. Coloro che analizzano le informazioni nei servizi non si mettono certo a questionare con un presidente. Non si mettono certo a dire al presidente "se ti metti a interpretare i dati in questo modo, io lascio perdere".
Anche se i repubblicani, i democratici e tutti i mass media si sono schierati per la prima volta compatti a fianco di Trump, gli interlocutori di Hersh si sono rivolti a lui apparentemente senza timore per quanto potrebbe succedere in una prossima occasione.
Il pericolo insito nella rappresaglia di Trump, occorsa dopo un attacco chimico di cui non si ha alcuna prova, è che potrebbe aver ucciso militari russi e spinto Putin ad ingaggiare un confronto molto pericoloso con gli USA. Nell'ambiente dei servizi si teme anche che i mass media abbiano diffuso una narrativa falsa, che fa pensare che non solo l'attacco con il sarin ci sia davvero stato, ma che ne fa figurare la Russia come corresponsabile e che implica che il personale delle Nazioni Unite non ha di fatto supervisionato la distruzione delle scorte di armamenti chimici siriani nel 2013-2014. Tutto questo permetterebbe agli oppositori di Assad di asserire in futuro, in un momento in cui risulti opportuno, che il governo siriano ha sferrato un altro attacco con il sarin anche in assenza di qualsiasi prova.
Hersh riporta in conclusione affermazioni della sua fonte che dovrebbero intimorire tutti:

Il problema è questo: che cosa succede se all'odiata Siria viene imputato un altro inesistente attacco con il sarin? Trump ha alzato la posta e si è messo all'angolo, con questa decisione di bombardare. E non si pensi che questi tizi [i gruppi islamisti] non stiano già pensando al prossimo attacco fasullo. Trump non avrà altra scelta che quella di bombardare di nuovo, e in modo più duro. Non è capace di dire che si è sbagliato.

Aggiornamento

Come c'era da aspettarsi, l'indagine di Hersh ha suscitato un vespaio. Se c'è una cosa chiara su quanto successo a Khan Sheikhoun, è che in assenza di un'indagine indipendente non esiste ancora alcun prova determinante per decidere come siano andate le cose, in un senso o in un altro. Il nostro compito in qualità di osservatori dovrebbe essere quello di mantenere una distanza critica e di considerare altre questioni rilevanti, come il contesto e le probabilità.
Lasciamo per un momento da parte il caso specifico di quanto successo il 4 aprile e concentriamoci invece su quello che i detrattori di Hersh devono dare per buono se sostengono che Assad ha usato il sarin contro la popolazione di Khan Sheikhoun.
1. Assad è talmente fuori di testa e autodistruttivo -o è perlomeno a tal punto incapace di controllare i propri ufficiali superiori, che a loro volta devono essere fuori di testa ed autodistruttivi- che in varie occasioni ha ordinato di usare armamenti chimici contro la popolazione civile. Per farlo ha scelto il peggior momento possibile per la sopravvivenza sua e del suo governo, e proprio quando attacchi del genere non avevano alcuna necessità.
2. Putin è altrettanto pazzo e disposto a rischiare un conflitto senza ritorno con gli USA che in più di un'occasione ha avallato o a fatto finta di non vedere che il governo di Assad usava il sarin. Poi non ha fatto nulla per fargliela pagtare dopo, quando le cose sono andate male.
3. Hersh ha deciso di buttare a mare tutte le competenze investigative sviluppate in tanti decenni di attività per accettare a scatola chiusa qualunque diceria priva di fondamento che i suoi referenti di lunga data nei servizi di sicurezza hanno pensato di rifilargli. E lo ha fatto senza curarsi dei danni che avrebbe inflitto alla sua reputazione e alla sua credibilità professionale.
4. Un numero significativo di funzionari dei servizi stratunitensi che Hersh conosce e con cui ha lavorato per tanto tempo ha deciso proprio ora di mettere in piedi un'elaborata rete di menzogne che nessuno ha voglia di pubblicare, o sperando di fare danni a Hersh per vendicarsi tutti insieme di lui, o sperando di screditare in permanenza gli stessi servizi cui appartengono.
I detrattori non devono solo credere ad uno di questi punti. Li devono considerare tutti e quattro inoppugnabili.

giovedì 22 giugno 2017

La ridicola vodka Cavalli


La vodka è un forte distillato di origini che potremmo tranquillamente definire infami e che non c'è nessunissima ragione per pagare più di venti euro al secchio. Una decina di anni fa a Baku in uno hotel di media categoria se ne poteva acquistare un quarto di litro pagandolo lo stesso prezzo di una mezza minerale.
Nell'estate del 2017 un negozio fiorentino vende (chissà a chi) vodka a centodieci euro la bottiglia grande, e ottantadue per la piccola.
Sull'etichetta c'è scritto Cavalli, il che fa pensare debba essere un'idea del solito sarto.
Chissà se il suo reparto marketing ha considerato le divertenti considerazioni che può suscitare l'etichettare cavalli una bevanda qualsiasi.
Ma forse non è il caso di esagerare con le illazioni malevole: probabile che di vodka in azienda se ne intendano davvero.

martedì 13 giugno 2017

Alastair Crooke - Le cantonate di Trump riaccendono i conflitti in Medio Oriente



Traduzione da Consortium News, 9 giugno 2017.


MbS e MbZ hanno strafatto? Il blocco del Qatar ad opera dei sauditi è appena cominciato ma si può dire che, si, hanno strafatto. E lo strafare di MbS, vale a dire Muhammad bin Salman, ministro della difesa saudita e potente figlio di re Salman, e quello di MbZ, cioè Muhammad bin Zayed, principe ereditario di Abu Dhabi e comandante supremo delle forze armate degli Emirati Arabi Uniti cambierà l'architettura geopolitica della regione.
L'errata premessa strategica e l'altrettanto errata narrativa di Trump secondo cui l'Iran è responsabile ultimo di ogni fattore che destabilizza la regione e che schiacciare il Qatar in quanto grande protettore dello Hamas palestinese era di per sé cosa buona e giusta sono dirette responsabili della direzione che prenderà adesso la geopolitica mediorientale.
Il presidente Trump è rientrato dal suo primo viaggio in Medio Oriente convinto di aver stretto un fronte comune tra gli alleati arabi storici degli Stati Uniti e di aver sferrato un forte colpo al terrorismo.
Non ha fatto né una cosa né l'altra.
Lo hanno informato male.
La spaccatura tra Qatar e Arabia Saudita è una questione antica e tormentata che risale a vecchi rancori della Casa dei Saud dovuti all'iniziale decisione dei britannici di rafforzare la famiglia degli al Thani nella loro roccaforte del Qatar, che in caso contrario sarebbe stato un feudo saudita. Se cessiamo per un momento di prestare orecchio alla lunga lista di esternazioni contro il Qatar ripetuta oggi dall'Arabia Saudita e dagli Emirati -e che serve per lo più solo come giustificativo per le ultime iniziative- possiamo tornare ai due principi che sostanzialmente plasmano la mentalità della Casa dei Saud e la sua strategia, e che costituiscono l'essenza stessa degli attuali dissapori verso il Qatar.

I sauditi reazionari

In primo luogo gli al Saud sono convinti che nessun dubbio legittimo o ammissibile possa andare ad intaccare la purezza islamica delle loro credenziali come successori dei Quraysh (la tribù di Muhammad) o come custodi dei luoghi santi dell'Islam. In secondo luogo, come seguaci di Muhammad al Wahhab, sono convinti che soltanto loro, che sono rappresentanti dell'orientamento wahabita, costituiscono il vero e l'unico Islam. Al contrario gli sciiti sono considerati apostati, innovatori, revisionisti e negazionisti, perché negano il dato storico della legittima trasmissione dell'autorità islamica alla Casa dei Saud.
Cosa c'entra questo con il Qatar, che è anch'esso wahabita? C'entra, per parecchi motivi. In primo luogo agli occhi dei sauditi la famiglia regnante nel Qatar è l'ultima arrivata, ovvero il mero prodotto delle politiche coloniali britanniche, e si comporta con indipendenza mostrando così di non nutrire alcun autentico rispetto per la legittimità ed il buon diritto dell'autorità e della leadership saudita. Al contrario il Qatar si comporta come un rivale alla pari, come un usurpatore.
In secondo luogo c'è Hamas. Il punto non è che Hamas è un movimento della resistenza palestinese o un movimento "terrorista". Il punto è che fa parte dei Fratelli Musulmani e che durante l'esilio dell'organizzazione nel Golfo all'epoca di Nasser i Fratelli Musulmani conferirono sostegno intellettuale alla dottrina wahabita (ovvero al salafismo) secondo il volere dei sauditi, ma vi aggiunsero una coda velenosa: invece di indicare nella monarchia saudita il legittimo sovrano universale, i Fratelli Musulmani attribuirono -orrore- la sovranità alla 'Umma, ovvero alla comunità dei credenti.
Il Qatar allora, come sostenitore di Hamas, viene considerato responsabile della piaga dell'islamismo sunnita, che rappresenta una minaccia diretta per la monarchia saudita e per la sua legittimità. La Casa dei Saud vuole la distruzione dei Fratelli Musulmani non perché sono dei terroristi (come evidentemente crede Trump), ma perché disprezzano la monarchia ereditaria.
Inoltre il Qatar ha ospitato, ospita tuttora e sovvenziona anche, una stampa irriverente e "irrispettosa" che mette in questione lo status quo e al tempo stesso concede spazio ai sentimenti "democratici" dei Fratelli Musulmani. Gli Emirati Arabi Uniti e l'Arabia Saudita vogliono mettere a tacere l'irritante circuito mediatico qatariota, in cui rientrano Al Jazeera, Al Arabi al Jadid, Al Quds al Arabi e all'edizione in arabo dello Huffington Post, oltre a volere l'espulsione di Azmi Bishara, uno scrittore ed intellettuale palestinese residente in Qatar oggi direttore dello Arab Center for Research and Policy Studies.

La diplomazia verso l'Iran

Ed ecco la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il Qatar, e con il Qatar anche altri appartenenti al Consiglio degli Stati del Golfo come l'Oman e il Kuwait, sta cercando un modus vivendi con quei negazionisti degli iraniani, mettendo così a rischio i principi basilari dell'alleanza fra sunniti.
Emile Nakleh è un ex funzionario superiore dei servizi, e dirige il programma di analisi strategica dell'Islam politico della CIA. Scrive che "le frizioni all'interno del Consiglio degli Stati del Golfo risalgono all'epoca della sua fondazione nel maggio del 1981. Per quanto riluttanti, gli emirati arabi del Golfo assecondarono l'invito dell'Arabia Saudita ad unirsi ad esso perché condividevano i tre principali scopi dell'organizzazione: lavorare alla conservazione della supremazia della famiglia tribale, soffocare le proteste democratiche antigovernative e preservare l'autocrazia. Accettarono anche di ricorrere al sostegno militare occidentale per difendere le coste arabe del Golfo da un Iran che dopo la rivoluzione del 1979 veniva considerato una minaccia."
Insomma, la questione non ha niente a che vedere con la semplicistica idea occidentale della lotta al terrorismo. È una questione di potere: il rafforzare e l'espandere il potere saudita. Il leader dell'Arabia Saudita si sentono deboli e vulnerabili e secondo loro sarebbe giunto il momento di tracciare un limite. L'azione contro il Qatar, inattesa ma chiaramente preparata in anticipo, ne rappresenta la concretizzazione sul piano pratico.
Gli amici del ministro saudita della difesa Muhammad bin Salman assai prima che tutto questo succedesse avevano iniziato a presentare il conflitto con l'Iran come una guerra di religione contro gli sciiti, e ad usare il linguaggio del jihad sia per galvanizzare la base, sia per promuovere un'alleanza militare sunnita -capeggiata dall'Arabia- che ripristinasse l'influenza saudita in Medio Oriente. Invocare il jihad religioso è uno strumento collaudato quando c'è da costringere a fare fronte comune.
Solo che come ha scritto di recente Gregory Copley in Defense and Foreign Affairs Strategic Policy [Muhammad bin Salman ha incontrato il Presidente Trump nello Studio Ovale il 14 marzo scorso] "Il Principe Muhammad ha già fatto imboccare all'Arabia Saudita un percorso dal quale è difficile ritirarsi senza danni. Per questo Riyadh sta facendo ancora più pressione sui suoi vecchi sodali affinché si impegnino a combattere le guerre che ha intrapreso, che sia a suo fianco o che sia per suo conto. Il principe Muhammad sta continuando a chiedere al Pakistan di entrare nel conflitto nello Yemen a dispetto del fatto che la guerra è stata presentata da Riyadh come una guerra contro gli sciiti (e dunque contro l'Iran) mentre in Pakistan vive una minoranza sciita che costituisce oltre il 20% della popolazione."

Tirare Trump dalla propria parte

Copley ha riassunto così l'incontro del 14 marzo: "Il Principe Muhammad pareva intenzionato ad accaparrarsi Trump per il lato saudita, e a parlare in nome di tutti i musulmani [a nome di Trump] per dire quanto bene avrebbero tutti tratto dall'amministrazione Trump."
Il problema è che non soltanto il Pakistan, ma anche appartenenti al Consiglio degli Stati del Golfo come il Qatar, l'Oman e il Kuwait non si sono mostrati d'accordo. Non volevano questa guerra settaria: volevano venire a patti con gli sciiti; in Kuwait esiste una rilevante popolazione sciita. Anche il leader del Qatar è recentemente riuscito a riconciliare l'ala sunnita e l'ala sciita della influente tribù dei Tamim, che si estende anche nel Neged saudita, sotto la sua supremazia. Un vero schiaffo in pieno viso a bin Salman, alla sua retorica sul jihad che è invece deliberatamente polarizzatrice e alla sua speranza di poter arruolare Trump in un campo saudita sempre più debole.
Perché Trump è andato avanti lo stesso? I due suoi "tweet" fondamentali nel corso della settimana provano al di là di ogni dubbio che è stato conquistato alla causa di una narrativa a senso unico. Trump ha prima scritto un tweet in cui rivendicava il plauso per l'ultimatum e per il blocco contro il Qatar ad opera degli EAU e dell'Arabia Saudita. L'impressione è che Trump deve aver pensato che la mossa di MbS e MbZ rappresentasse in qualche modo un colpo ai finanziatori del terrorismo e mettesse l'Iran all'angolo.
Poi, come ha scritto Ishan Tharoor sullo Washington Post subito dopo gli attacchi a Tehran (lo Stato Islamico ha assaltato il parlamento ed un sacrario), sulla capitale iraniana è stata una pioggia di deplorazioni e di condoglianze da tutto il mondo:
Poi è arrivato il Presidente Trump. La Casa Bianca ha eretto a propria inconfondibile abitudine l'emettere rapidi commenti sugli attacchi in cui è coinvolto lo Stato Islamico, ovunque si verifichino: Parigi, Londra, Manchester... e addirittura per un episodio mai accaduto nelle Filippine. Mercoledì invece Trump se ne è rimasto tranquillissimo per diverse ore. La portavoce del Dipartimento di Stato ha rilasciato una dichiarazione di condanna puramente formale, sostenendo che "nel mondo pacifico e civile non c'è posto per l'efferatezza del terrorismo".
Quando alla fine Trump è uscito dal suo silenzio, il suo messaggio ha spazzato via in un solo colpo qualunque anelito di buona volontà i diplomatici ameriKKKani potessero aver avuto voglia di trasmettere. [corsivo di A. Crooke, n.d.t.]
"Siamo addolorati e preghiamo per le vittime innocenti degli attacchi terroristici in Iran e per il popolo iraniano, che sta passando un così difficile periodo", diceva la dichiarazione prima di chiudersi con una pazzesca frecciata contro Tehran. "Sottolineiamo il fatto che i paesi che sostengono il terrorismo rischiano di rimanere vittime del male che promuovono."

Un grave insulto

Questi tweet indicano chiaramente che Trump si è completamente immerso nella retorica e nell'agenda dei più grandi rivali che l'Iran ha nella regione: l'Arabia Saudita e lo stato sionista. Si è trattato di un punto di svolta che in Medio Oriente non sarà né dimenticato né perdonato. Non è stata solo una mossa falsa sul piano politico. Si è trattato di una cosa più seria della politica pura e semplice, o del fatto che l'Iran a Trump piaccia o non piaccia. È stato un calpestare i sentimenti umani, è stato un disprezzare l'essere umano.
La bomba a Manchester, le gole tagliate vicino al ponte di Londra sono accadimenti orrendi, ma per fortuna sono ancora eventi fuori dall'ordinario. Uomini, donne e bambini sciiti invece, in Iraq, in Siria e nello Yemen soffrono una Manchester al giorno. Appena qualche giorno fa lo stato islamico ha massacrato in tutto 163 civili -donne e bambini compresi- che stavano fuggendo da Mossul. Centinaia di migliaia di donne sciite arabe, turkmene e di altre nazionalità sono oggi nei campi profughi a piangere la sorte di mariti, figli e fratelli decapitati. E le salme dei caduti combattendo lo Stato Islamico in Iraq arrivano nelle moschee ogni giorno che passa.
Di fatto, Trump ha detto a questa gente che "se l'è meritata" perché ha sostenuto il "terrorismo". Fino a questo punto l'Iran e il mondo sciita erano ancora sinceramente propensi a concedere a Trump il beneficio del dubbio. Adesso le cose sono cambiate. Trump si è trasformato, senza che ce ne fosse alcun bisogno, in uno spietato nemico ideologico dell'Islam sciita.
In Medio Oriente non esiste una sola "verità": il Principe Bandar, quando era ancora capo dei servizi sauditi, una volta disse al capo dello MI6 che "non è lontano il momento, Richard, in cui in Medio Oriente si dirà letteralmente 'Che Dio aiuti gli sciiti.' Più di un miliardo di sunniti ne hanno semplicemente avuto abbastanza, di loro."
Il capo del MI6 capì così che il successivo jihad antisciita in Iraq e in Siria, l'ascesa dello Stato Islamico e i cupi ammonimenti di Bandar non erano privi di nesso.

La cattiva mossa di Trump

Il "terrorismo" non è mai un fenomeno trasparente come sembra, quando lo si osserva a distanza di sicurezza. Insomma, i due messaggi via Twitter fanno apparire il Presidente degli USA ingenuo e intollerante, cose che in genere non sono da lui. Trunp è abbastanza capace di ragionare senza preconcetti, ma ha bisogno di consigli che vengano da soggetti meno autoreferenziali, meno schierati e meno faziosi. Sarebbe già una miglior pratica politica, per lui, quella di limitarsi a mantenere legami con tutti i principali attori regionali.
Quali saranno gli esiti di questa crisi, che di fatto non è che un'iniziativa reazionaria contro le forze che promuovono il cambiamento? Esistono resoconti che fanno pensare che la leadership saudita si aspettava che il Qatar capitolasse senza condizioni entro ventiquattro ore dal blocco. Resoconti che possono aver commesso un grossolano errore di valutazione. Il Qatar sarà anche un piccolo stato, ma i suoi tentacoli finanziari arrivano lontano ed hanno una presa forte, in questi tempi di vacche magre.
Il Qatar ha anche amici potenti: la Turchia e, sia pure con maggiori cautele, l'Iran; forse anche l'Iraq e la Russia sia pure in secondo piano. Il Qatar può cercare di arrivare ad un compromesso e di tirarla per le lunghe, ma i primi resoconti fanno pensare che MbS e MbZ siano irremovibili: hanno trattato in modo scortese e sprezzante l'emiro del Kuwait. Staremo a vedere.
In ogni caso, è dubbio che il Consiglio degli Stati del Golfo riuscirà a sopravvivere come tale allo spadroneggiare dell'Arabia Saudita. Potrebbe verificarsi una spaccatura, e la Turchia o l'Egitto potrebbero cercare di tirare dalla propria parte abbastanza frammenti da spodestare la leadership saudita. Il panorama geopolitico cambierà comunque, sia che il centro di gravità si sposti a Nord, con la Turchia che acquista una presa strategica sul mondo arabo, sia che MbS cerchi di raddoppiare la posta.
In ogni caso, una mossa disperata come l'occupazione militare del Qatar da parte dell'Arabia Saudita -come fatto a suo tempo col Bahrain- potrebbe potrare ad una seria escalation o anche ad uno scontro militare. Ci si può chiedere anche se la Casa dei Saud non pensi che un colpo di stato -perché è così che si può considerarlo- contro un altro leader del Golfo sia davvero una cosa campata in aria.

domenica 11 giugno 2017

Alastair Crooke - Trump è caduto nella trappola dei sauditi e dei sionisti



Traduzione da Consortium News, 3 giugno 2017.

Jared Kushner non ha reso un gran favore al suocero quando ha infilato il presidente Trump nell'infinito "processo di pace" tra sionisti e palestinesi. Stando all'interpretazione di un giornalista sionista i consiglieri di Trump avevano per questo fatto in modo che i sauditi "[lo] abbracciassero, [gli] facessero attorno la danza delle spade, mettessero sul tavolo un bell'assegno per l'accordo sulle armi e [si aspettassero in cambio] la creazione di un asse anti sciita ed anti iraniano [fondato su di loro]."
Esattamente: al proverbiale venditore (Trump) hanno venduto il Colosseo e a venderglielo ci ha pensato il genero, convinto che conoscere da anni il primo ministro sionista Benjamin Netanyahu facesse di lui l'elemento ideale per il processo di pace. A Riyadh Trump ha dunque porto incondizionato omaggio alla narrativa sunnita che considera i sunniti vittime innocenti e gli sciiti una oscura, malvagia e sovversiva quinta colonna da ricondurre nel proprio recinto.
Trump si è dunque chiaramente schierato nella contesa geostrategica che esiste tra i paesi del Nord della regione e gli Stati del Golfo. Invece di rimanersene appartato e al di sopra del conflitto mediorientale, si è fatto convincere a comportarsi in modo opposto e si è buttato a pesce dalla parte dei sunniti, in parte forse per fare il contrario di quanto fatto dal presidente Obama con l'Iran.
Per quale motivo? Senza dubbio i quattrini -sempre che arrivino sul serio- faranno comodo. Essenzialmente però Kushner ha persuaso il suocero che lisciare il pelo ai sauditi e demonizzare gli iraniani rappresentava il prezzo da pagare per entrare nel processo di pace tra sionisti e palestinesi; se il colpo riuscisse, rappresenterebbe l'eredità politica che la politica estera di Trump consegnerebbe alla storia.

Un fallimento a lungo termine

Secondo l'autorevole giornalista sionista Ben Caspit che scrive su Maariv, "A Washington qualcuno ha guardato una cartina e ha fatto il compitino. Se ne conclude che ci si sono messi in due, Jared Kushner e Jason Greenblat [il Rappresentante Straordinario di Trump per i Negoziati Internazionali]. Si sono messi ad ascoltare la gente di Obama e anche qualche sionista di quelli che hanno passato tutto il proprio tempo e speso tutte le proprie energie e la propria stessa salute nel processo di pace durante gli ultimi otto anni, e che gli hanno spiegato in che modo accostarsi alla fumante ed esplosiva polveriera del conflitto mediorientale."
Probabilmente hanno conferito davvero con quegli esperti di "processo di pace" che per tutti gli ultimi venticinque anni hanno negato il suo palese fallimento. Quindi anch'essi non hanno voluto riconoscere i quattro fondamentali difetti dei principi di Oslo. Si ripete invece lo stesso approccio difettoso, sperando tutte le volte che il risultato sia diverso.
Nel corso degli ultimi decenni l'Europa e l'AmeriKKKa hanno condiviso la stessa inveterata convinzione: lo stato sionista, che gli serva o meno, deve mantenere al suo interno una maggioranza ebraica. Col passare del tempo e con il crescere della popolazione palestinese lo stato sionista si troverà ad un certo punto a dover acconsentire ad uno "stato" palestinese proprio per mantenere questa maggioranza ebraica. Insomma, solo consentendo ai palestinesi di avere un proprio stato o in qualche modo rinunciando a controllare parte del popolo palestinese lo stato sionista conserverà il proprio carattere di maggioranza ebraica. Questo è il primo principio.
A prima vista il concetto sembra evidente, al punto che la maggior parte degli ameriKKKani e degli europei rifiuta di metterlo in discussione. Solo che la recente pubblicazione di resoconti delle discussioni tenute all'interno del governo sionista dopo la vittoria nella guerra dei sei giorni del 1967 indica chiaramente che già allora i leader sionisti avevano afferrato questo dilemma fondamentale: avevano udito le ammonizioni che all'epoca gli Stati Uniti rivolgevano loro sulla necessità di riassorbire un milione di palestinesi assoggettati, ma erano rimasti elusivi, cercando di conservare tutti i territori occupati nel corso della guerra.
Il ministro degli esteri sionista dell'epoca Abba Eban disse: "[Gli ameriKKKani] sono dell'idea di dire di sì a Gerusalemme, ma no ai territori. Insistono sul fatto che sarebbe una cosa molto negativa che il mondo si facesse l'impressione che vogliamo davvero tenere tutti i territori."

Mentre tranquilli sionisti

Il primo assunto ci porta al secondo, che è quello della "dottrina della sicurezza innanzitutto". L'Europa e l'AmeriKKKa, insistendo affinché i palestinesi assecondino e tranquillizzino lo stato sionista circa le sue pretese necessità di sicurezza farebbero sì che lo stato sionista appoggi con fiducia la soluzione basata sui due stati.
La narrativa della sicurezza innanzitutto è convincente, così convincente che le politiche europee e statunitensi sono state orientate praticamente per intero verso l'obiettivo di realizzare con lo stato sionista queste condizioni di sicurezza. Si tratta di un obiettivo che è stato perseguito ad oltranza e anche oltre, al punto che qualunque sovranità residuale sopravvivesse alla  realizzazione delle pretese di sicurezza dello stato sionista ammonterebbe a poco più che ad un proseguire dell'occupazione travestito da "stato" palestinese.
Eppure non era mai abbastanza, a frustrazione dei leader occidentali e nonostante qualunque garanzia ulteriore le forze di sicurezza palestinesi fossero in grado di offrire. I leader occidentali non hanno trovato soluzioni che non fossero il continuare a battere sul tasto di una ancor più stretta collaborazione in materia con lo stato sionista e di un ancor più stretto assecondarlo. Il presidente Trump pare dunque aver abbracciato la stessa linea: a quanto sembra lo ha fatto lanciando invettive contro il leader palestinese Abu Mazen e sottoponendolo ad una vera lavata di capo per aver istigato contro lo stato sionista e per aver aiutato finanziariamente le famiglie di detenuti per aver resistito all'occupazione.
Lo stato sionista non ha concesso l'instaurazione di uno stato palestinese nonostante le molte opportunità che si sono susseguite negli ultimi venticinque anni e non sembra a tutt'oggi più disposto a farlo. A volte ci si chiede per quale motivo non si è arrivati alla realizzazione di due stati nonostante si trattasse di una cosa basata su una logica stringente.
Forse è stato perché sia la premessa iniziale, che affermava che "lo stato sionista vuole senza dubbio l'instaurazione di uno stato palestinese", sia quella che indicava nell' instaurazione di affidabili condizioni di sicurezza per lo stato sionista la conditio sine qua non perché esso acconsentisse alla soluzione dei due stati sono, piuttosto semplicemente, entrambe sbagliate. Forse lo stato sionista ha sempre cercato il sistema di trattenere i territori e di inglobarne in qualche modo la loro popolazione. Le trascrizioni delle discussioni governative nel dopoguerra fanno pensare di sicuro a qualche cosa del genere.

I due Stati sono un miraggio

Anche le iniziative concretamente intraprese dai sionisti sul terreno non rafforzano certamente la convinzione che lo stato sionista si sia mai curato di assecondare la transizione verso una soluzione che contemplasse due stati dai confini certi, con uno stato palestinese sovrano. Al contrario, quanto accade in concreto porta in direzione opposta: lo stato sionista ha sempre agito in modo da inficiare una soluzione che contemplasse due stati dai confini definiti con certezza.
Esistono anche altri due postulati di questo "processo" contemplante lo stato sionista che meritano di essere indagati con occhio maggiormente critico: il primo -che piace soprattutto agli europei- afferma che l'AmeriKKKa è in grado di imporre una soluzione allo stato sionista. Per quanto attiene la mia esperienza di componente dello staff addetto al processo di pace col senatore George Mitchell, anche questa è una premessa errata. Per adattare al caso un modo di dire che viene da un altro contesto, lo stato sionista trova una maniera al giorno per eludere le pressioni statunitensi, che in ogni caso sono limitate da considerazioni di politica interna.
Infine, la politica istituzionale araba, intesa come contrapposta alla politica di strada- davvero desidera la concretizzazione di uno stato palestinese? Non ne sono sicuro. Penso che le cose le vadano abbastanza bene per come sono adesso. Presumere che esista un forte desiderio di instaurare uno stato palestinese potrebbe rivelarsi errato.
E allora, dove stanno le novità, nei piani di Trump o -meglio- di Kushner? Il 24 maggio 2017 Daniel Serioti di Israeln Hayom ha scritto: "Un funzionario di alto grado a Ramallah ha detto a Israel Hayom che nel corso dell'incontro che Trump ha avuto con il presidente dell'Autorità Palestinese Abu Mazen... [Trump] ha detto che intende condurre un processo di pace fondato essenzialmente sulle iniziative di pace dell'Arabia Saudita...
Il Presidente Trump ha detto a quello dell'Autorità Palestinese che il piano che stava concretizzando si sarebbe basato innanzitutto sulla promozione di un piano regionale complessivo, come parte dell'iniziativa di pace dei sauditi. Il funzionario palestinese ha detto che Trump ha riferito con enfasi ad Abu Mazen che questo non significava rinunciare all'idea dei due stati come base per un futuro accordo fra stato sionista e Autorità Palestinese in cui lo stato palestinese verrebbe instaurato accanto a quello sionista, nonostante il presidente ameriKKKano gradirebbe mettere sul tavolo anche altre prospettive.
La possiblità più importante è quella di promuovere innanzitutto il processo di pace patrocinato dall'Arabia Saudita, e solo dopo il raggiungimento di un accordo provvisorio nel cui contesto le parti discuterebbero il modo di concordare uno status permanente che permetterebbe l'instaurazione di uno stato palestinese indipendente e la dichiazione della fine del conflitto da parte di entrambe.
Il funzionario palestinese ha affermato che il Presidente Trump ha descritto i fondamenti del piano che sta tratteggiando mantenendosi molto sulle generali, e che non ha fornito alcun dettaglio, anche se a suo dire gli ameriKKKani vorrebbero promuovere l'iniziativa di pace dei sauditi in modo che esso contemplerebbe per prima cosa l'intrapresa della normalizzazione dei rapporti tra stato sionista e paesi arabi moderati.
Inoltre... gli ameriKKKani prenderanno iniziative volte a promuovere diretti e serrati negoziati tra stato sionista e palestinesi da tenersi secondo un preciso calendario e nei quali le parti dovranno agire per risolvere questioni fondamentali, prima tra tutte la definizione delle frontiere del futuro stato, lo status di Gerusalemme e dei luoghi santi, il destino degli insediamenti al di fuori dei grandi blocchi, il diritto al ritorno ed altro.

Poche novità

Insomma, la "novità" è data da una alleanza regionale tra sunniti e stato sionista che dovrebbe servire dapprincipio a normalizzare le relazioni con lo stato sionista, ma che poi potrebbe evolvere in una "alleanza regionale di difesa", "sotto patrocinio ameriKKKano e con il pieno sostegno militare e diplomatico ameriKKKano", esplicitamente diretta contro l'Iran e contro i suoi alleati.
Nulla che sia veramente nuovo. CI sono già state prima iniziative del tipo "dentro-fuori" e "fuori-dentro". A fare la differenza in questa versione Trump/Kushner è il fatto che l'ultima iniziativa del re saudita Abdullah diceva che prima lo stato sionista deve consentire l'instaurazione di uno stato palestinese e che poi sarebbe venuta la normalizzazione dei rapporti con lo stato sionista. Sembra che Trump abbia invertito le cose: prima la normalizzazione dei rapporti e poi un accordo provvisorio con i palestinesi.
Di fatto pare una riedizione della dottrina della sicurezza innnanzitutto: i paesi arabi, assecondando l'autocertificata pretesa sionista di temere per la propria sicurezza, consentirebbero allo stato sionista -tramite la normalizzazione dei rapporti- di permettere con maggior fiducia il passaggio ad una soluzione "ad interim" per lo stato palestinese, e magari anche ad una soluzione definitiva.
Ci troviamo qui davanti al sempiterno problema: i leader arabi non possono permettersi di normalizzare i rapporti con lo stato sionista se esso non fa concessioni ai palestinesi, e se i palestinesi acconsentono a loro volta, fino a quando non cesserà la costruzione degli insediamenti. Cosa che i sionisti non intendono fare.
Un altro motivo per pensare che il piano non arriverà a nulla, dopo che il Primo Ministro Netanyahu farà comunque in modo da tirarla per le lunghe, è che anche se è vero che oggi come oggi i palestinesi sono deboli e divisi, paradossalmente Netanyahu è ancora più debole. Qualunque concessione ad Abu Mazen, per trascurabile che sia, potrebbe far cadere il suo governo. La destra di Netanyahu non vede alcuna ragione per fare concessioni ai palestinesi, neppure a livello simbolico. Perché dovrebbe? E' sul punto di prendersi tutto...

La trappola scatta

L'alleanza regionale tra sionisti e sunniti e la ripresa del processo di pace costituiscono una trappola, e Trump è stato persuaso ad infilarcisi. Si tratta di una trappola perché una volta accettato questo stato di cose il processo di pace manda in naftalina ogni altro processo politico. Quanto spesso hanno detto "non si può fare questo, non si può fare quello" per non mettere a rischio il peraltro inconcludente "processo di pace".
Un processo di pace fornisce allo stato sionista il modo di esercitare pressioni anestetiche in tutto il Medio Oriente, ed è sempre stato così. Si tratta di una trappola perché ancora Trump a cercare di assecondare l'iranofobia dei sauditi, e l'iranofobia dei sauditi si rivelerà priva di limiti proprio come il "bisogno di sicurezza" dei sionisti.
Queste vulnerabilità indeboliranno le possibilità di Trump di sconfiggere lo Stato Islamico e di arrivare alla distensione con la Russia. La Russia ha cercato di portare sciiti e turchi al travolo delle trattative in Siria. Il ruolo di Trump era quello di aiutare a portare alle trattative i sunniti, per creare un accordo regionale più ampio. Adesso è meno probabile che la cosa riesca, perché l'Arabia Saudita usa la visita di Trump per indebolire l'Iran.
Con l'omaggio di Trump alla causa sunnita, è più probabile che la spaccatura tra sunniti e sciiti si approfondisca, che non che si riesca a cicatrizzarne la piaga. Dal punto di vista del mero realismo politico, Trump crede davvero che l'Arabia Saudita e i suoi alleati riusciranno a indebolire l'alleanza fra Russia, Iran, Siria, Iraq e Hezbollah?
E lo stato sionista? Le carte in tavola hanno sempre parlato chiaro, e adesso lo sappiamo da quelle riunioni governative successive alla guerra dei Sei Giorni. Gli ameriKKKani avevano messo sull'avviso il governo sionista: se avesse continuato sulla strada del "chi vince prende tutto" sarebbe stato sempre più difficile per l'AmeriKKKa difendere l'occupazione sionista su un popolo palestinese spodestato, screditato, cacciato... e in aumento.
Di questo si deve ancora vedere la piena realizzazione. Ma come ha detto il consigliere della Casa Bianca Steve Bannon nel suo film Generazione Zero, "l'essenza della tragedia greca è che non si tratta di una cosa come un incidente stradale, in cui muore qualcuno. Il senso della tragedia greca è che tragedia è laddove qualcosa accade perché deve accadere... perché sono i personaggi coinvolti che lo fanno accadere. E non hanno altra scelta che farlo accadere."