venerdì 8 settembre 2017

Robert Fisk - In Occidente faranno fatica a crederci: la guerra in Siria sta per finire. E l'ha vinta Assad.



Traduzione da The Independent, 7 settembre 2017.

La settimana scorsa mi è arrivato dalla Siria un messaggio sul cellulare: "Il generale Khadour ha mantenuto la promessa." Sapevo cosa voleva dire.
Cinque anni fa ho incontrato Mohamed Khadour, che all'epoca comandava una truppa poco numerosa di soldati siriani in un piccolo quartiere perfierico ad est di Aleppo minacciato dai combattenti islamici. Mi fece vedere una cartina: in undici giorni, disse, avrebbe ripreso il controllo di quelle strade.
L'ho incontrato di nuovo nel luglio scorso, parecchio più a oriente nel deserto siriano. Disse che prima della fine di agosto sarebbe rientrato nella città assediata di Der ez Zor. Gli ricordai con un pizzico di perfidia che l'ultima volta mi aveva detto che in undici giorni avrebbe ripreso il controllo di quel quartiere di Aleppo, e che poi l'esercito siriano ci aveva messo più di quattro anni. Era molto tempo fa, mi ha risposto. All'epoca l'esercito non aveva imparato come si combatte una guerra di guerriglia; l'esercito era stato addestrato per riprendere il Golan e per difendere Damasco. Adesso ha imparato, invece.
Sicuro che ha imparato. Nel deserto, Khadour mi disse che stavano per bombardare la cittadina di Sukhna: a gran parte del bombardamento avrebbero pensato i russi; poi i suoi soldati siriani avrebbero fatto irruzione da Sukhna verso Deir ez Zor, che da tre anni era circondata dallo Stato Islamico insieme a ottantamila civili e diecimila militari. Khadour mi disse che sarebbe arrivato a Der ez Zor il 23 agosto. Si è rivelata una previsione quasi perfetta, e adesso Khadour sta puntando a completare la liberazione di Deir ez Zor e a raggiungere poi la frontiera con l'Iraq.
Insomma, adesso che la conquista della città e stata ultimata, che Khadour si sta dirigendo alla frontiera e che Aleppo è tutta nelle mani dei governativi con solo la provincia di Idlib a fare da cestino dei rifiuti di ribelli per lo più di orientamento islamista (Al Qaeda compresa), autorizzati in molti casi a trasferirvisi da sacche che avevano capitolato in altre città della Siria, sembra che quello che in Occidente si è sempre ritenuto impensabile stia davvero succedendo: le forze di Bashar al Assad sembrano sul punto di vincere la guerra.
E non è che lo sembrano soltanto. Hassan "Tigre" Saleh, il più popolare comandante siriano cui il ministro della difesa russo ha fatto riferimento due volte, si è aperto la strada verso le caserme della centotrentasettesima brigata dell'esercito siriano a Deir ez Zor e ha dato il cambio ai soldati che vi si trovavano; intanto a Khadour, suo ufficiale comandante ed amico personale, spetta la liberazione della base aerea della città.
Quanti ricordano quella volta che gli ameriKKKani hanno bombardato i soldati dell'esercito siriano che si trovavano vicino a quella base aerea, uccidendone più di sessanta e consentendo allo Stato Islamico di tagliarla fuori dal rimanente della città? I siriani non hanno mai creduto alle assicurazioni ameriKKKane che "si era trattato di un errore". Soltanto i russi hanno detto alle forze aeree statunitensi che stavano bombardando soldati siriani dell'esercito regolare.
Gli inglesi sembra abbiano già capito. Senza fare tanto chiasso, hanno ritirato la scorsa settimana i loro istruttori militari, gli uomini che avrebbero dovuto addestrare i mitici "settantamila ribelli" di David Cameron che nelle intenzioni avrebbero dovuto rovesciare il governo di Assad. Persino la relazione dell'ONU secondo cui i governativi avrebbero ucciso oltre ottanta civili in un attacco cin o gas nel corso dell'estate ha avuto poco ascolto presso i politici europei assidui sottolineatori di crimini di guerra, quelli che avevano approvato l'inutile attacco missilistico di Trump su una base aerea siriana.
E lo stato sionista? Ecco un paese che davvero contava sulla fine di Assad, che è arrivato a bombardare i soldati siriani e quelli degli alleati iraniani e di Hezbollah intanto che forniva assistenza medica nelle proprie città a combattenti islamici provenienti dalla Siria. Nessuna meraviglia che Netanyahu fosse così' "agitato" e "emotivo", secondo quanto detto dai russi, quando ha incontrato Vladimir Putin a Sochi. L'Iran è alleato strategico nella regione, gli ha detto Putin. Lo stato sionsita per la russa è "un partner importante". Che non è proprio la stessa cosa, e non è quello che Netanyahu voleva sentirsi dire.
Le ricorrenti vittorie siriane indicano che l'Esercito Arabo Siriano è fra i più temprati del Medio Oriente, che i suoi soldati hanno dovuto combattere per la vita e che adesso vengono addestrati da quartier generali dove un solo comando coordina truppe e servizi di informazione. Questa settimana, l'ex ricercatore associato del St Anthony College Sharmine Narwany ha detto che ormai questa alleanza gode di copertura politica da parte di due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, la Russia e la Cina.
Cosa faranno adesso i sionisti? Netanyahu era ossessionato dal programma nucleare iraniano al punto che chiaramente -in buona compagnia con Obama, la Clinton, Trump, Cameron, la May, Hollande e altri appartenenti alla élite politica occidentale- non aveva neppure immaginato che Assad potesse vincere e che dalle macerie di Mossul sarebbe emerso un esercito iracheno più forte.
Netanyahu sostiene ancora i curdi, ma né la Siria, né la Turchia né l'Iran né l'Iraq hanno alcun interesse a sostenere le aspirazioni nazionali dei curdi, nonostante l'AmeriKKKa si avvalga di miliziani curdi nelle cosiddette Forze Democratiche Siriane (che sono più curde che siriane, per nulla democratiche e forze per modo di dire, senza l'appoggio aereo statunitense).
Intanto che stiamo aspettando che Trump scateni la terza guerra mondiale, non abbiamo notato che la cartina militare del Medio Oriente è cambiata. Cambiata radicalmente, cambiata sanguinosamente. Ci vorranno anni prima che la Siria, l'Iraq -e lo Yemen- vengano ricostruiti, e i sionisti potrebbero trovarsi a dover chiedere a Putin di toglierli dal pasticcio in cui sono finiti.
Gli appartenenti alla destra politica dello stato sionista che andavano dicendo che Assad era più pericoloso dello Stato Islamico potrebbero trovarsi a doverci ripensare, anche solo perché Assad potrebbe essere il signore con cui dovranno conferire se vogliono tenere sicura la frontiera settentrionale del loro paese.

sabato 2 settembre 2017

Alastair Crooke - Netanyahu nel panico: ecco perché



Traduzione da Consortium News, 1 settembre 2017.


Una delegazione di altissimi funzionari dei servizi dello stato sionista si è recata a Washington una settimana fa. Poi, il Primo Ministro dello stato sionista Benjamin Netanyahu ha interrotto le vacanze estive del Presidente Putin per incontrarlo a Sochi. Nel corso dell'incontro, secondo un importante membro del governo sionista (citato come tale dallo Jerusalem Post) Netanyahu ha minacciato di bombardare il palazzo presidenziale di Damasco e di mandare all'aria il cessate il fuoco di Astana se l'Iran dovesse continuare a "estendere la propria presenza in Siria."
La Pravda russa ha scritto: "Secondo testimoni presenti alla sessione di colloqui aperta al pubblico il Primo Ministro sionista era troppo impulsivo e in certi momenti anche vicino al panico. Ha detto al Presidente russo che il mondo rischia di assistere a uno scenario apocalittico se non viene posto un freno all'Iran che -Netanyahu ne è convinto- intende distruggere lo stato sionista."
Insomma, cosa sta succedendo? A prescindere dall'accuratezza della Pravda (il quadro è stato confermato da autorevoli editorialisti sionisti) è assolutamente chiaro -e a dirlo sono fonti sioniste- che sia a Washington che a Sochi gli esponenti sionisti sono stati fatti sfogare, ma non hanno ottenuto alcunché.
Lo stato sionista è solo.
Insomma, sembra che Netanyahu stesse cercando "garanzie" sul ruolo che l'Iran avrà in futuro in Siria, e non certo "pretendendo la luna" rappresentata dall'estromissione dell'Iran. Ma quale realistica garanzia in proposito avrebbero mai potuto fornirgli Washington o Mosca?  
Lo stato sionista ha capito in ritardo che in Siria ha sostenuto la parte sbagliata e ha perso. Non è nelle condizioni di pretendere nulla. Non ci sarà alcuna zona cuscinetto garantita dagli ameriKKKani a ridosso della linea armistiziale del Golan, la frontiera tra Iraq e Siria non sarà né chiusa né supervisionata per conto dello stato sionista.
La situazione in Siria è certamente importante, ma considerare solo questo aspetto impedirebbe di cogliere l'insieme della situazione. La guerra del 2006 che lo stato sionista scatenò per distruggere Hezbollah (col sostegno degli USA, dell'Arabia Saudita e anche di qualche settore libanese) è stata un fallimento. Un fallimento simbolico, perché per la prima volta in Medio Oriente uno stato-nazione di ispirazione occidentale massicciamente armato e che poteva contare su tecnologie sofisticate è stato seccamente sconfitto. A rendere il fallimento ancor più bruciante e doloroso, il fatto che questo paese occidentale non è stato soltanto superato militarmente, ma ha perso anche la guerra elettronica e quella combattuta con l'elemento umano dell'intelligence: due campi in cui gli occidentali pensavano che la loro supremazia fosse fuori discussione.


Le ricadute del fallimento

L'inattesa sconfitta dello stato sionista ha destato profonda preoccupazione sia in Occidente che nel Golfo. Un piccolo movimento armato (e rivoluzionario) aveva tenuto testa allo stato sionista contro ogni previsione, e aveva vinto: non aveva ceduto un palmo di terreno. Un precedente ampiamente considerato come possibile punto di svolta a livello regionale. Le autocrazie feudali del Golfo si accorsero che la vittoria di Hezbollah rappresentava un latente pericolo per il loro predominio, e che ad esserne responsabile era una forza di resistenza armata.
Le contromisure furono immediate. Hezbollah fu messo al bando -e in questo i poteri sanzionatori d'AmeriKKKa fecero del loro meglio- e si iniziò fin dal 2007 a teorizzare la guerra in Siria nel contesto di una "strategia correttiva" riguardo alla sconfitta dell'anno precedente, anche se poi si è passati alla sua realizzazione pratica (e ad oltranza) soltanto con gli eventi successivi al 2011.
Contro Hezbollah lo stato sionista ha scagliato tutto il peso della propria forza militare, anche se oggi i sionisti dicono sempre che avrebbero potuto fare di più. Contro la Siria gli USA, l'Europa, i paesi del Golfo (e dietro le quinte anche lo stato sionista) hanno scatenato di tutto: jihadisti, al Qaeda, lo Stato Islamico (esatto), armamenti, corruzione, sanzioni, e la più massiccia guerra di propaganda che si fosse mai vista. Eppure la Siria, sia pure con l'innegabile aiuto dei propri alleati, sembra sul punto di prevalere: non ha ceduto, per quanto sfavorevoli fossero i pronostici.
Per dirlo con chiarezza, se il 2006 ha segnato un punto di svolta, il fatto che la Siria non abbia ceduto rappresenta un evento storico di portata assai più ampia. Si dovrebbe capire che è stato sconfitto il solito sistema dei sauditi -e degli statunitensi, e dei britannici- rappresentato dal fomentare il radicalismo sunnita. Questo va a danneggiare i paesi del Golfo, ma l'Arabia Saudita soprattutto, perché essa si affida alla forza dello wahabismo sin dai tempi della fondazione del regno. Solo che lo wahabismo in Libano, in Siria e in Iraq è stato pienamente sconfitto e screditato, anche agli occhi della maggior parte dei musulmani sunniti. Può essere sconfitto anche nello Yemen. Questa sconfitta cambierà il volto dell'Islam sunnita.
Già vediamo che gli appartenenti al Consiglio di Cooperazione nel Golfo, fondato in origine nel 1981 da sei capi tribù al solo scopo di preservare il proprio dominio tribale nella penisola arabica, che si fanno la guerra l'uno contro l'altro in quella che ha tutta l'aria di essere una lunga e aspra contesa intestina. Il "sistema arabo", il prolungamento delle vecchie strutture ottomane assicurato all'indomani della prima guerra mondiale dalla Francia e dall'Inghilterra, compiacenti vincitori del conflitto, sembra aver interrotto con il golpe in Egitto del 2013 la propria restaurazione, e abbia ripreso la lunga via verso il declino.


Il campo sconfitto

L'atteggiamento vicino al panico di Netanyahu, se davvero le cose si sono svolte come descritto, può senz'altro riflettere lo squassante mutamento in corso in Medio Oriente. Lo stato sionista ha a lungo sostenuto la parte sconfitta, e adesso si trova da solo e in ansia per i propri combattenti per procura che sono la Giordania e i curdi. La nuova strategia correttiva di Tel Aviv sembra si basi sull'allontanare l'Iraq dall'Iran e sull'inserimento di quel paese in un'alleanza che comprenda stato sionista, USA e Arabia Saudita.
Se le cose stanno così, stato sionista e Arabia Saudita si sono mossi probabilmente troppo tardi ed è anche verosimile che stiano sottovalutando l'odio viscerale che molti iracheni di ogni settore sociale provano nei confronti della criminosa condotta dello Stato Islamico. Non sono in molti a credere all'improbabile narrativa occidentale secondo cui lo Stato Islamico è sbucato fuori all'improvviso, armi soldi e tutto, a causa del preteso "settarismo" dell'ex Primo Ministro iracheno Nouri al Maliki. No: in linea generale, dietro un movimento tanto ben fornito si trova uno stato.
Daniel Levy ha scritto un interessante articolo in cui sostiene che in generale i cittadini dello stato sionista non sarebbero d'accordo con quanto ho scritto qui: anzi, "la lunga permanenza in carica di Netanyahu, le molte vittorie elettorali e la sua abilità di tenere insieme la coalizione di governo... [si basano] sul fatto che le sue parole d'ordine hanno ascolto presso un pubblico numeroso. Il discorso in genere è che Netanyahu [ha] 'portato lo stato sionista al miglior stato di cose in cui si sia mai trovato in tutta la sua storia, quello di una forza mondiale in ascesa... lo stato sionista ha una diplomazia fiorente.'  Netanyahu ha sconfitto quelle che chiama 'le istanze delle false notizie' che senza un accordo con i palestinesi 'lo stato sionista sarebbe rimasto isolato, indebolito e abbandonato' alle prese con un 'terremoto diplomatico.'
Quello che i suoi detrattori sul piano politico trovano difficile da capire è che le affermazioni di Netanyahu trovano ascolto perché riflettono uno stato di cose reale, e questo ha spostato sempre più a destra il centro di gravità della politica dello stato sionista. Si tratta di intenti che, se si riveleranno fondati e ripetibili nel corso del tempo, lasceranno un retaggio destinato a durare ben oltre il mandato di Netanyahu e al di là di qualsiasi accusa egli si troverà mai ad affrontare.
Netanyahu sostiene che non sta soltanto prendendo tempo nel conflitto con i palestinesi per ottenere le condizioni migliori in un compromesso conclusivo e inevitabile. Le affermazioni di Netanyahu si basano su una prospettiva differente, che è quella della vittoria definitiva, della sconfitta finale e definitiva dei palestinesi, dei loro obiettivi come nazione e come gruppo.
Negli oltre dieci anni in cui è stato Primo Ministro, Netanyahu ha sistematicamente e senza mezzi termini respinto qualunque piano o qualunque passo concreto per prendere anche solo in considerazione le aspettative dei palestinesi. Netanyahu è completamente dedito all'esasperazione del conflitto, non alla sua gestione; lasciamo perdere il risolverlo... [Il] messaggio è chiaro: non vi sarà alcuno stato palestinese, perché la West Bank e Gerusalemme Est sono soltanto Grande Israele."


Nessuno stato palestinese

Levi continua: "L'approccio rovescia ogni assunto che ha condotto gli sforzi di pace e la politica statunitense per oltre venticinque anni, secondo cui lo stato sionista non ha alternative rispetto ad un ritiro finale da determinati territori e all'accetazione di un qualche cosa che somigli a sufficienza ad uno stato sovrano palestinese indipendente più o meno secondo i confini del 1967. L'atteggiamento sfida il presupposto che il negare sistematicamente un simile risultato sia incompatibile con il concetto che lo stato sionista e i suoi cittadini hanno di se stessi come democrazia. Inoltre, sfida il presupposto delle iniziative di pace secondo cui negare questo esito sarebbe in qualche modo inaccettabile agli occhi degli alleati insostituibili dai quali lo stato sionista dipende... Nelle più tradizionali roccaforti di sostegno per lo stato sionista Netanyahu ha corso un rischio calcolato: il sostegno degli ebrei ameriKKKani sarebbe continuato a fronte di uno stato sionista sempre più illiberale e nazionalista su base etnica, permettendo alle asimmetriche relazioni tra USA e stato sionista di rimanere come sono? Netanyahu ha scommesso di sì, e aveva ragione.
Levy sottolinea un'altra cosa interessante: "Gli eventi hanno preso una piega ancor più favorevole a Netanyahu con la salita al potere negli USA e in alcuni paesi dell'Europa Centrale -oltre all'incrementata importanza acquisita altrove in Europa e in Occidente- della tendenza molto nazionalista su base etnica cui Netanyahu appartiene, e che lavora per sostituire la democrazia liberale con la democrazia illiberale. Non dovrebbe essere sottovalutata l'importanza dello stato sionista e di Netanyahu in qualità di avanguardie di questa tendenza."
L'ex ambasciatore statunitense e accreditato analista politico Chas Freeman di recente si è espresso senza mezzi termini: "l'obiettivo fondamentale della politica statunitense in Medio Oriente è stato per molto tempo quello di arrivare a far sì che si arrivasse all'accettazione dello stato dei coloni ebrei in Palestina." In altre parole, la politica mediorientale di Washington e tutte le conseguenti iniziative sono state determinate da un "essere o non essere": essere a fianco dello stato sionista, oppure no.


Il terreno perduto dallo stato sionista

Il fatto è che il Medio Oriente è appena passato, e bruscamente, nel campo del non essere. L'AmeriKKKa può porre a questo un vero rimedio? Lo stato sionista è davvero da solo, c'è solo un'Arabia Saudita indebolita a sostenerlo, e le iniziative che i sauditi possono prendere hanno dei limiti evidenti.
L'invito rivolto dagli USA ai paesi arabi affinché si impegnino di più per intavolare un dialogo con il Primo Ministro iracheno Haider al Abadi sembra in un certo senso non all'altezza della situazione. L'Iran non sta cercando di far guerra allo stato sionista, cosa di cui hanno preso atto anche svariati osservatori sionisti; tuttavia è vero anche che il Presindente siriano ha detto chiaramente che il suo governo intende recuperare il controllo "di tutta la Siria", e tutta la Siria singifica anche le alture del Golan occupato. Durante l'ultima settimana di agosto Hassan Nassrallah ha invitato il governo libanese "a ideare un piano e a prendere la sovrana decisione di liberare le fattorie di Shebaa e le colline di Kfarshouba" dalla presenza sionista.
Molti commentatori sionisti stanno già dicendo che tutto è ormai deciso, e che sarebbe meglio per lo stato sionista cedere unilateralmente del territorio invece di rischiare di perdere centinaia di soldati nel vano tentativo di mantenerne il controllo. Difficile che questo si accordi con il temperamento del Primo Ministro sionista -che è di quelli che "non cedono di un centimetro", e con le sue recenti dichiarazioni.
Il nazionalismo su base etnica permetterà di trovare nuove basi al sostegno per lo stato sionista? In primo luogo io non considero la dottrina politica dello stato sionista come una "democrazia illiberale", ma come un sistema di apartheid che ha lo scopo di affossare i diritti politici dei palestinesi. Mentre lo scisma politico in Occidente si allarga, con un'ala che cerca di delegittimare l'altra tacciandola di razzismo, di intolleranza e di nazismo, è chiaro che gli autentici sostenitori del "Prima l'AmeriKKKa" cercheranno di prendere le distanze dagli estremisti, costi quello che costi.
Daniel Levy sottolinea il fatto che il leader della destra alternativa Richard Spencer definisce il suo movimento "sionismo bianco". Ma è davvero probabile che una cosa del genere rafforzi il sostegno verso lo stato sionista? Quanto ci vorrà prima che i "globalisti" tirino fuori la tiritera secondo cui la "democrazia illiberale" di Netanyahu contrasta contro i diritti costituzionali statunitensi, che è proprio quello cui aspira la destra alternativa, col suo modello di società in cui i messicani e gli afroamericani vengono trattati come i palestinesi?


Il nazionalismo etnico

La tendenza al venir meno del sostegno verso lo stato sionista che domina attualmente in Medio Oriente indica il "nazionalismo etnico" di Netanyahu in modo più semplice. Lo chiama colonialismo occidentale. Fine della questione.
La prima fase del piano di Chas Freeman per far sì che il Medio Oriente stesse dalla parte dello stato sionista è stata l'aggressione militare contro l'Iraq, condotta con il massimo della forza. Risultato, l'Iraq è oggi alleato dell'Iran, e la milizia Hashad -le forze di mobilitazione popolare- sta diventando una forza combattente di ampia mobilitazione.
La seconda fase era quella del 2006. Risultato, Hezbollah è una forza regionale, non più confinata al solo Libano.
La terza fase era l'attacco contro la Siria. Risultato, la Siria è alleata con la Russia, con l'Iran, con Hezbollah e con l'Iraq.
Cosa ci riserverà la prossima fase in questa guerra dell'essere o non essere [a fianco dello stato sionista, n.d.r.]?
Dopo tutte le sbruffonate di Netanyahu sullo stato sionista che è più forte, che ha sconfitto quelle che chiama "le istanze delle false notizie" secondo cui senza un accordo con i palestinesi "lo stato sionista sarebbe rimasto isolato, indebolito e abbandonato" alle prese con un "terremoto diplomatico," è possibile che negli ultimi quindici giorni lo stesso Netanyahu si sia reso conto di aver scambiato l'aver messo al loro posto i palestinesi indeboliti con una vittoria, solo per accorgersi di essere rimasto solo in un "Nuovo Medio Oriente" di tutt'altro genere, proprio nel momento del suo apparente trionfo.
Forse la Pravda aveva ragione, e Netanyahu sembrava davvero vicino al panico durante l'incontro di Sochi da lui organizzato in fretta e furia e con urgenza sollecitato.

giovedì 31 agosto 2017

Alastair Crooke - Ecco in che modo lo stato profondo ha legato le mani a Trump


Traduzione da Consortium News, 27 agosto 2017.


In politica estera, il Presidente Trump è legato mani e piedi dalla legge sulle sanzioni alla Russia (e all'Iran). Ormai è impossibilitato ad agire per arrivare alla distensione con i russi ed è stato messo sprezzantemente all'angolo dal suo stesso partito, che si è adoperato insieme ai democratici affinché le prerogative presidenziali in politica estera diventassero lettera morta e che della materia si occupasse il Congresso.
Come ulteriore umiliazione, Trump è stato scavalcato per la politica da adottare in Afghanistan dai suoi consiglieri militari (i generali James Mattis, H.R. McMaster e John Kelly). Trump ha lasciato la supervisione dal punto di vista civile della nuova spedizione in afghanistan a McMaster e a Mattis: il primo viene considerato il padre putativo della "nuova" linea politica in Afghanistan. Il Presidente è stato scavalcato anche per quanto riguarda le prerogative che gli spettano sul piano militare in qualità di comandante in capo, ad opera di questo triumvirato di consiglieri militari della Casa Bianca. La leadership "civile" ha lasciato posto a quella "militare".
Non è detto che queste umilianti concessioni saranno ritenute dai suoi oppositori soddisfacenti quanto basta da consentire alla presidenza di tirare a campare, sia pure con un presidente non in grado di operare concretamente; e se invece si trattasse solo dell'antipasto? In questo caso, il primo piatto potrebbe essere rappresentato dallo screditamento totale della base elettorale di Trump: i repubblicani rimasti sul Titanic di Trump sarebbero lasciati affondare insieme al loro capitano, "bianchi suprematisti, intolleranti e nazisti" che non sono altro.
Il professor Walter Russell Mead, e Trump dovrebbe saperlo, afferma che "i più alti funzionari del Presidente Trump continuano ad impegnarsi nella difesa dell'ordine mondiale che gli USA hanno costruito fin dalla presidenza Truman. Tra di essi rientrano anche [il Segretario di Stato Rex Tillerson, Mattis, Kelly e McMaster] uomini cui ripugnano l'arroccarsi e la ritirata che hanno caratterizzato la presidenza Obama... Vogliono vedere fin dove arrivano le ambizioni dei rivali dell'AmeriKKKa, intanto che ripristinano i fondamenti militari ed economici del potere mondiale degli Stati Uniti."
Bene, almeno questo è chiaro: vogliono che sia l'AmeriKKKa a determinare l'ordine mondiale. Ormai è un pezzo che ci provano, ma ancora non ce l'hanno fatta. Con tutte le sue attrattive, tutte le sue ricchezze, quel bottino resta elusivo in maniera frustrante, e il fatto che non ci sia modo di arrivarci sembra che faccia impazzire più che mai, al punto che si arriva a distruggere quello che non si può ottenere.
Che altro dire del nuovo piano per l'Afghanistan? Al di fuori delle élite statunitensi nessuno crede che esso farà altro che allungare ulteriormente una guerra che è impossibile vincere, o, peggio, che spingerà Pakistan e India verso un confronto diretto. Eppure la distruzione dell'Afghanistan deve continuare, in omaggio al mito dell'AmeriKKKa come la intendono "i più alti funzionari" di Trump, l'AmeriKKKa che vince sempre se solo lo vuole davvero e persevera, l'AmeriKKKa che considera la sconfitta una bestemmia.
La solita storia di ego troppo pompati. Ma l'idea di un potere che vuole comunque "arrivare a qualcosa che non può ottenere" è così onnipresente che le élite degli USA vogliono sia spazzar via il frenastenico Trump e i suoi "disprezzabili" (e ricacciarli definitivamente nelle fogne) sia indebolire qualunque potenza possa intromettersi sul loro cammino verso il ripristino dell'ordine mondiale ameriKKKano.


Uno stato profondo in piena eccitazione

Sembra che lo stato profondo si trovi in tali condizioni di eccitazione che coloro che ne fanno parte non riescono più a vedere dove stanno andando. Sono già pronti a rischiare di rimettere al loro posto non soltanto i recalcitranti all'estero, ma l'AmeriKKKa stessa, perché stanno cercando di riconsegnare all'AmeriKKKa le sue facoltà di organizzatrice dell'ordine mondiale in un modo tale che c'è il rischio che lo stesso stato profondo ne esca distrutto, come danno collaterale.
Il Russia Sanctions Act può esser stato concepito sia per legare le mani al Presidente Trump che per confermare la narrativa sull'intromissione di Putin nella consultazione elettorale, ma in sostanza esso elimina ogni possibilità che i signori Mattis, McMaster, Kelly e Tillerson possano avere successo nel loro affaccendarsi per conferire all'AmeriKKKa il ruolo di proconsole del mondo.
La Russia, la Cina e l'Iran, accomunati di nuovo sullo stesso fronte dalla minaccia di sanzioni, fanno ormai stabilmente parte di una coalizione strategica e sono decisi a resistere. La cosa incredibile, come afferma un osservatore, è che "Mentre si varavano le nuove sanzioni da parte dell'ONU contro la Corea del Nord, l'amministrazione Trump ha minacciato sanzioni contro la Cina se essa non avesse esercitato ulteriori pressioni [sulla Corea del Nord]... Lo stesso Trump ha fatto capire che stava pensando a un do ut des: 'Se la Cina ci aiuta, per il commercio le cose si metteranno in modo molto diverso; in modo molto diverso, dico...' ha detto [Trump] ai giornalisti... L'accordo è stato fatto, e la risoluzione 2371 all'ONU è stata approvata... La Cina ha fatto la sua parte, ha agevolato l'approvazione della risoluzione dell'ONU contro la Corea del Nord e l'ha immediatamente messa in pratica, anche se questo ha provocato significative perdite per le aziende cinesi coinvolte nei traffici con la Corea del Nord. [Ma...] Adesso Trump è tornato a parlare di sanzioni contro le aziende cinesi (e russe): 'Martedi [22 agosto, n.d.t.] l'amministrazione Trump ha imposto sanzioni contro sedici aziende per lo più cinesi e russe e contro individui colpevoli di aver fornito assistenza al programma nucleare e di missili balistici nordcoreano, o di aver aiutato i nordcoreani a trovare fondi per finanziare questi programmi... Fra le aziende colpite ci sono sei imprese cinesi, ivi comprese tre carbonifere; due aziende di Singapore che vendono petrolio alla Corea del Nord e tre imprese russe che vi collaborano, un'impresa russa che mette in commercio i metalli nordocreani e il suo direttore, russo anch'egli, un'impresa di costruzioni della Namibia, un'altra impresa dallo stesso paese e il suo direttore nordcoreano, colpevole di fornire mano d'opera nordcoreana per la costruzione di statue all'estero, cosa che procura un reddito alla Corea del Nord. Si tratta di 'sanzioni secondarie' che bloccano certe transazioni finanziarie e rendono quasi impossibile per queste aziende e per queste persone il portare avanti affari su base internazionale. Inoltre la Cina ha già interrrotto ogni importazione di carbone dalla Corea del Nord. Ha rispedito nei porti le navi carbonifere nordcoreane, e ha anzi comprato carbone dagli USA. Si sanzionano allora le aziende cinesi per il carbone nordcoreano che non acquistano più? Inoltre, vendere petrolio alla Corea del Nord è esplicitamente consentito dal nuovo regime sanzionatorio dell'ONU..."
L'alleanza che unisce Russia, Cina e Iran, oltre ai loro gregari, non crede più che l'AmeriKKKa sia capace di seguire una diplomazia coerente, o che abbia una qualche autentica capacità di controllare il mondo. Anzi, essa vede l'Europa allontanarsi dagli USA, il Consiglio per la Cooperazione nel Golfo in preda alle dispute, e persino lo stato sionista che fa ormai poco conto sull'alleanza con Washington. Esiste sì la preoccupazione per la Corea del Nord, ma il timore di un attacco preventivo statunitense contro di essa è mitigato dal sapere che la Corea del Nord detiene di fatto trentamila militari statunitensi in ostaggio nella zona demilitarizzata.
L'attenzione si sta adesso spostando sul modo in cui questi paesi potrebbero tutelarsi, nel caso i due contendenti nel conflitto interno agli USA riuscissero a mettersi all'angolo a vicenda e a gettare così il mondo nel caos finanziario (di qui la fervida attività nello stringere contratti in valute locali e nei cambi): "Quando Steve Bannon è stato cacciato dalla Casa Bianca la scorsa settimana," scrive il New Yorker, egli avrebbe ricordato "le frustrazioni in cui si era imbattuto per quanto riguardava la prossima legge finanziaria come una delle ragioni per cui credeva che l'agenda nazionalista di Trump fosse stata manipolata dai cosiddetti globalisti come Cohn e come altri rappresentanti dei Sei Grandi."
Esattamente: Trump è stato scavalcato anche in àmbito economico: questi Sei Grandi sono quattro membri del Congresso (ivi compresi il leader della maggioranza al Senato Mitch McConnell e il portavoce della Casa Bianca Paul Ryan), il consulente economico Gary Cohn e il Ministro del Tesoro Steve Mnuchin, entrambi della Goldman Sachs.
"Essi non sono populisti, non sono nazionalisti, non hanno alcun interesse al suo [di Trump] programma: zero", ha detto Bannon al Weekly Standard. "A parte i tagli delle tasse, che saranno una cosa ordinaria e di poca rilevanza, cos'è che hanno sostenuto del programma di Trump? Niente."


Il potere di Cohn

"Nell' epoca di Bannon e di una Casa Bianca che con Trump era minata da lotte di fazione Cohn non era solo il capo del Consiglio Nazionale per l'Economia; era il capo del gruppo di funzionari che Bannon prendeva in giro chiamandoli 'New York'. (gli articoli di Breitbart descrivevano Cohn e i suoi al CNE come gli affossatori globalisti)", afferma il New Yorker.
Cohn ha cinquantasei anni ed è stato inserito nella squadra di governo da Jared Kushner, il genero del Presidente che una volta fu suo tirocinante alla Goldman Sachs. Cohn da lungo tempo è un finanziatore dei candidati democratici.
Insomma, i "traffici commerciali in reflazione" di Trump li stanno normalizzando i Sei Grandi, più che la consueta politica di Washington.
Ma perché ci si dovrebbe preoccupare se il mercato borsistico statunitense tocca nuove vette ogni giorno che passa? Il "mercato" ha percorso "una curva in salita per 101 mesi a partire dal marzo 2009, durante i quali lo Standard & Poor 500 è salito del 270% e poche volte ha conosciuto crolli superiori al 2-4%, senza che [quanti ne fanno parte] smettessero di essere convinti che non importava altro che puntare al rialzo in ciascuna delle oltre cinquanta occasioni in cui il mercato ha dato momentanei segni di cedimento. Praticamente senza eccezioni, ogni piccolo crollo è stato accompagnato da disinvolte indicazioni a comprare emesse dalle banche centrali, o da appropriate dichiarazioni che parlavano di un imminente recupero messe fra le notizie del giorno."
Scrive David Stockman: "Dopo 101 mesi di acquisti continui... gli algoritmi che leggono i titoli [gli agenti di borsa computerizzati] sono stati programmati in modo del tutto squilibrato. Sono stati istruiti a 'comprare' se ci sono buone notizie in economia o in politica, perché esse implicano mnaggiori profitti, ma a 'comprare' anche se le notizie sono cattive, perché esse implicano maggior [liquidità] a disposizione, e iniziative della Fed e delle altre banche centrali in sostegno dei mercati e in supporto ai prezzi.
Questo assetto da vacche grasse però incoraggia anche i giocatori più prudenti a minimizzare la quantità di risorse tenute come sicurezza in caso di cali dei mercati, quelle che vengono allocate in modo da per proteggere portafogli titoli spesso profondamente sottoposti a leva finanziaria pieni come sono di opzioni e di derivati."
Stockman mette in guardia sul fatto che i mercati stanno già scambiando a massimi storici, mentre nessuno pone attenzione al fatto che i valori hanno raggiunto livelli estremi o alle condizioni dei fondamenti economici e politici, perché essi sono diventati del tutto irrilevanti se ogni volta che i mercati traballano c'è subito dopo un aumento compatto di tutte le classi di titoli... grazie agli interventi della Banca Centrale.
"Questo significa che chi gioca d'azzardo e i computer-agenti sono a tal punto centrati sull'idea che la banca centrale e gli organi fiscali dello stato faranno 'tutto quello che ci vuole' per far salire gli indici che è diventato irrazionale sprecare tempo e risorse nel cercare di capire 'cosa sta succedendo' scrive Stockman. "Ad importare invece sono i punti di svolta nei grafici, i flussi di denaro, quale sarà il prossimo settore interessato, il potere d'acquisto dei fondi, gli arbitrati tecnici e gli scambi in atto, al pari degli scambi di parità che fanno parte del rischio di massa al momento presente."
Insomma, ogni sensibilità verso i rischi di un qualche genere, politici, di credito eccetera, è stata messa all'angolo dalla ferma decisione delle banche centrali di far sì che i prezzi continuino a crescere. Il sistema finanziario sta comportandosi in modo esattamente opposto, impegnato com'è a far soldi "quando è facile farne"; di conseguenza, qualunque crisi oggi come oggi avrà un impatto fuori da ogni proporzione su valori tanto gonfiati; un impatto destinato ad amplificarsi perché gli scambi vanno ormai tutti in una sola direzione.


Trump ridotto ad uno zombie

Il punto è questo. Lo establishment dei due partiti è soddisfatto di aver ridotto il Presidente Trump ad uno zombie della politica? Si sono abbastanza placati da mettersi d'accordo sul bilancio e su un nuovo tetto alle spese senza trucchi, dato che quest'anno lo si raggiungerà il 29 settembre? Se anche si arriverà a tanto, la cosiddetta "normalizzazione" della politica di Trump davvero porterà gli Stati Uniti di nuovo a quel nirvana delle "cose che vanno come andavano una volta"?
Ad una prima occhiata, "normalizzare" la politica economica di Trump dovrebbe essere possibile: a Ryan e a McConnell servirebbe solo qualche voto da parte democratica da unire ai loro fedeli repubblicani per approvare un aumento al tetto del debito pubblico. Ma le cose si potrebbero complicare, e anche molto: se anche i democratici li assecondassero -e di sicuro vorranno figurare come collaboratori, per evitare di finire sotto accusa per ogni successiva chiusura dei rubinetti da parte dello stato federale- sarebbe solo per dare il via "ad un costoso do ut des che richiede che Trump rinunci al muro con il Messico, ai tagli delle tasse a favore dei ricchi, ai drastici tagli alla spesa che ha proposto, e che finanzi i costosi salvataggi delle compagnie assicurative necessari ad evitare i drastici aumenti nelle polizze e le conseguenti cancellazioni di coperture durante l'anno assicurativo 2018, che è anche anno di elezioni."
I democratici sicuramente si mostreranno pronti a collaborare, in pubblico; ma oggi come oggi a Washington tira un'aria tale, con entrambi gli schieramenti pronti a darsi battaglia, che quasi sicuramente pretenderanno il sangue di Trump come contropartita. Il gruppo repubblicano del Freedom Caucus, collegato a Bannon, a quel punto potrebbe abbandonare la nave, lasciando i Sei Grandi alle prese con un accordo sulla spesa pubblica privo di un tetto stabilito, o con una legge finanziaria fatta dai democratici.
Trump ha scritto su Twitter: "Avevo chiesto che Mitch M e Paul R collegassero la legislazione sul tetto alla spesa pubblica alla popolare legge sul dipartimento dei veterani che è appena stata approvata, in modo che si potesse approvarla facilmente. Non lo hanno fatto, così adesso c'è un bel guaio coi democratici che li hanno incastrati (come al solito) sull'approvazione del tetto del debito pubblico. Era così facile, ed è diventato un casino!"
Axios riferisce che "i massimi funzionari della Casa Bianca e del Partito Repubblicano dicono che le possibilità che la legislazione si concluda di colpo con le relative conseguenze per i mercati stanno salendo giorno dopo giorno, e che la situazione era comunque questa anche prima che Trump, nella sua rauca filippica di Phoenix di martedi sera, paventasse la chiusura della legislazione per esercitare pressioni in modo da ottenere finanziamenti per il muro alla frontiera [messicana]."
Citando una "fonte repubblicana di primissimo piano" che stima le probabilità che questo si verifichi in un 75%, Axios completa scrivendo che "la cosa fondamentale è che quasi tutti quelli con cui si parla negli ambienti governativi sono d'accordo sul fatto che è più probabile che questo si verifichi anziché no."
I democratici sembrano essere decisi a eliminare qualsiasi finanziamento per "il muro"; Trump sembra si stia preparando a lottare su questo con i democratici (e con Ryan McConnell). Ha già dovuto subire senza resistere di essere scavalcato in politica estera e nella difesa; non potrebbe rivoltarsi contro i suoi, ostinandosi contro ogni evidenza? Ha già iniziato a incanalare il biasimo contro i massimi esponenti dello establishment repubblicano.
In questo caso, a che prezzo si continuerebbe con il mercato ai massimi storici e con tanta strabocchevole noncuranza?
Russia e Cina fanno bene a pensare al caso peggiore, e a come ridurre al minimo la loro esposizione nei confronti di qualunque catastrofico precipitare dell'AmeriKKKa nel disordine politico. E, probabilmente, nella violenza.

lunedì 28 agosto 2017

Francesca Lorenzi, la cartolaia fiorentina che si affida ad Allah, e le sue telecamere miracolose


Francesca Lorenzi fa la cartolaia.
A volte cambia mestiere e si mette a guidare rivolte; allora cambia anche nome e si fa chiamare San Jacopino. Esauriti i bagatellfallen concessi da "La Nazione" è passata al quasi equivalente "Repubblica di Firenze" che le ha dedicato qualche minuto di tempo e una serie di immagini. Quelli del Corriere Fiorentino l'avevano già accontentata un mese fa.
In attesa dell'insurrezione Francesca (sicuramente disperesasperata) è passata ad invocare la punizione divina a mezzo traduttore automatico sui ladruncoli di bottega, che in un'epoca in cui anche gli sguatteri hanno titoli altisonanti non sono ancora diventati shoplifting operators per nessuno.
Con bella coerenza invece che nel solito mezzo busto stavolta si è fatta ritrarre a figura intera, in modo che oltre alla maglietta si notassero agevolmente anche i pantaloni corti. Ora, in materia di abbigliamento femminile nell'Islam esistono consuetudini precise, se non vere e proprie prescrizioni; è probabile che Allah non gradisca, con tutte le preoccupanti conseguenze del caso.


Francesca Lorenzi tiene moltissimo a mostrare sul Libro dei Ceffi la propria confidenza con le armi da fuoco.
Apprendere che lo stato che occupa la penisola italiana (lo stesso del quale pare orgogliosa di essere suddita, per motivi tanto irrilevanti quanto sconosciuti) non ammette formalmente l'esecuzione extragiudiziale e venire di conseguenza a più miti consigli deve esserle costato non poco.
Intanto, da un paio d'anni in qua tutte le superstiti gazzette cittadine riempiono i momenti di noia grazie al suo volenteroso affaccendarsi.

Aggiornamento del 31 agosto. Dopo qualche giorno anche "La Nazione" si occupa per l'ennesima volta di questa donna, finalmente in grado di illustrare al pubblico qualcosa di più interessante: nella sua cartoleria sono in funzione non meno di quattro telecamere miracolose.
A Rossella Conte Francesca Lorenzi dice:

"Nell'ultimo anno sono stata vittima di almeno dieci furti e dalle telecamere di sorveglianza ho visto che gli autori sono sempre persone di religione islamica, utenti della moschea abusiva.[1] Non si tratta di razzismo, avessi pizzicato dei tedeschi o degli americani o dei francesi avrei fatto la stessa identica cosa"[2]. Francesca è esasperata[3]: dieci rapine[4] in nemmeno dodici mesi sono duri[5] da digerire. E di fronte alle immagini delle telecamere che le hanno mostrato l’ennesima donna che si è intrufolata nel suo fondo facendo incetta di ciprie, rossetti e profumi è diventata una furia. «Non sono persone che rubano per mangiare – sottolinea -, tutti quelli che hanno fatto visita al mio negozio non hanno portato via il pane ma oggetti che non hanno niente a che fare con la sopravvivenza[6]. Sono stanca, ho quattro telecamere di videosorveglianza e non sono servite a niente[7]. Faccio regolare denuncia e nemmeno quello sembra servire a niente perché nella migliore delle ipotesi il giorno dopo sono fuori, di nuovo a delinquere indisturbati[8]. Non si può lavorare in queste condizioni".

[1] La tecnologia contemporanea fa miracoli; se il signor Dario Nardella intende munire le vie di Firenze di telecamere già in uso nello stato sionista che sarebbero in grado di riconoscere gli indesiderabili dai tratti del volto, non si capisce perché una cartolaia "occidentalista" non dovrebbe schierarne di capaci di identificare la religione di qualcuno a partire dal suo aspetto fisico.
[2] Certo, certo.
[3] Uno stato che a sentire le gazzette dura da un paio d'anni almeno; chiunque sarebbe già passato alla disperazione e all'insurrezione.
[4] Si noti: prima si parla di furti, poi di rapine. Basterebbe decidersi...
[5] ...tanto più che nella lingua d'uso nella penisola italiana il genere di sostantivi e aggettivi concorda.
[6] In effetti quello che Francesca Lorenzi vende nulla ha a che fare con la sopravvivenza, e in nove casi su dieci non ha nulla a che fare neppure con l'utilità.
[7] Quattro telecamere, quattro orpelli inutili. In tanto ciarpame una considerazione incoraggiante.
[8] Lo stato che occupa la penisola italiana ha una costituzione che statuisce il fine rieducativo di ogni eventuale pena e la sua proporzionalità. Incredibile si debba ricordare simili rudimenti legislativi a una che è tanto orgogliosa di esserne suddita.






mercoledì 23 agosto 2017

Non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani


La barzelletta che dà il titolo a questo scritto viene ripetuta alla fine di agosto 2017 da molti buoni a nulla con la cravatta[*] lautamente retribuiti per frequentare ristoranti, scribacchiare in giro, ingrassare, vestire con eleganza e rappresentare in varie sedi e in modo più che fedele l'elettorato del "paese" dove mangiano spaghetti.
Dal loro punto di vista hanno tutti i motivi di questo mondo, visto che il 17 del mese sedicenti appartenenti al sedicente Stato Islamico hanno dato prova in Catalogna di pessime capacità militari ed organizzative: basti pensare che per uccidere una quindicina di persone dalle competenze e dalle responsabilità militari presumibilmente nulle hanno sacrificato un pari numero di combattenti e provocato la distruzione della propria cellula.
Ora, in questa sede ci si è già espressi fino ad annoiare -e con molta chiarezza- sul conto della "libera informazione" e della politica con cui essa ha rapporti di endorsement; è sempre stato impossibile deriderne e confutarne tutte le alzate d'ingegno, perché la propaganda e la politica dispongono di fondi quasi inesauribili ed è impossibile per le persone serie -che per vivere sono costrette a lavorare- pensare ad una controbatteria minimamente efficace.
Tuttavia, repetita iuvant. Se da più di quindici anni la "Libera informazione" e la politica rappresentativa indicano come terrorista chiunque derida o confuti il collodio con cui sporcano la vita delle persone serie, il minimo che si possa fare è riportare di nuovo una definizione di terrorismo ad uso delle persone serie, e raffrontarla con la definizione di terrorismo ad uso di politici e gazzettieri.
Le persone serie considerano terrorismo la costellazione di comportamenti messi in atto da chiunque provi, con strumenti, mezzi, strategie belliche e comunicative, a rendere difficoltoso il tranquillo svolgersi della vita sociale in un dato contesto aumentando nei soggetti e nei gruppi sociali individuati come bersagli (o che come tali si autopercepiscono) il timore di rimanere vittime di attacchi imprevedibili ed influenzandone in ultimo il comportamento.
I politici e le gazzette considerano terrorismo qualsiasi cosa non procuri loro un reddito.
L'assunto gazzettiero, dunque, ascrive all'Islam chiunque utilizzi determinati sistemi. Non possiamo che unirci ai nostri lettori nel sincero moto di scherno che merita una simile affermazione. Tra l'altro, "ragionare" come i gazzettieri "ragionano" porterebbe a conseguenze interessanti, come l'eliminazione dal nòvero delle formazioni terroristiche di organizzazioni come l'Irish Republican Army, Euskadi 'ta Askatasuna, Հայաստանի Ազատագրութեան Հայ Գաղտնի Բանակ, le Brigate Rosse, il Fronte di Liberazione Naziunale Corsu e svariate decine, per non dire centinaia, di altre; tutte realtà contro cui i pennaioli "occidentali" hanno rovesciato tonnellate di invettive.
Non meno importante, a ulteriore ridicolizzazione dell'assunto, è ricordare ancora una volta che le pratiche terroristiche sono state importate in Medio Oriente dalle formazioni sioniste del Lohamei Herut Israel, abbreviato in Lehi e detto "Banda Stern" dai britannici che ne sottolineavano le pratiche da gangster, e dall'altrettanto sionista Irgun.
Che hanno trovato nel corso dei decenni imitatori più o meno efficaci.


[*] Uno fra i tanti l'inutile Andrea Cangini, che lo ha affermato nuovamente sulle pagine de "La Nazione" di Firenze. Di cui ricordiamo con piacere l'autorevolezza.

venerdì 11 agosto 2017

Alastair Crooke - In USA si gioca alla politica con il futuro del mondo



Traduzione da Consortium News, 6 agosto 2017

Finalmente il Congresso degli Stati Uniti ha emesso qualche legge, e lo ha fatto con l'approvazione quasi unanime da parte di esponenti di entrambi i partiti. Il problema è che al centro dei provvedimenti non troviamo un riflesso profondo degli interessi ameriKKKani in politica estera, quanto il desiderio di danneggiare il presidente degli Stati Uniti e di impedirgli per il futuro qualsiasi accordo con la Russia. Della preoccupante spinta verso uno scontro con la Russia insita in questa iniziativa o dei danni collaterali che essa comporta per gli altri nessuno si interessa.
L'obiettivo era quello di mettere all'angolo il presidente Trump; una questione che è passata davanti a qualsiasi altra considerazione, prima fra tutte l'eventualità che il resto del mondo ne deducesse che l'AmeriKKKa non ha alcuna capacità di seguire una politica estera coerente o addirittura di averne una, a fronte dello scontro in atto sul piano interno. Si tratta di una questione fondamentale. Per la grande maggioranza dei senatori e dei deputati democratici e repubblicani, abbattere "il Donald" è tutto, e al diavolo le conseguenze che questo ha per l'AmeriKKKa sul piano mondiale.
La senatrice Dianne Feinstein, democratica per la California, ha tranquillamente affermato che le preoccupazioni degli alleati degli USA passano in secondo piano rispetto alla necessità di punire la Russia per le sue interferenze nel processo elettorale. A chi le chiedeva se la cosa riguardasse anche gli interessi dell'Unione Europea uno dei principali promotori della legge, il repubblicano dell'Arizona John McCain ha detto semplicemente "Non che io sappia. Sicuramente non riguardano lo specifico della mia iniziativa."
Un altro dei promotori, il democratico del New Jersey Bob Menendez, ha laconicamente risposto alla stessa domanda: "Non moto, ad essere sinceri."
McCain poi ha affermato con noncuranza che sostanzialmente "tocca all'Unione Europea adeguarsi al provvedimento, non al provvedimento adeguarsi ad essa."
Il presidente degli Stati Uniti non aveva altra scelta che firmare la legge, questo però non significa che la diplomazia abbia le mani completamente legate. Come ci si attendeva, il presidente ha emesso una dichiarazione all'atto della firma (consultabile qui) in cui pur accettando il mandato del congresso Trump si è soffermato sul nuovo sconfinamento del Congresso in quelle che sono le prerogative del presidente (secondo articolo della costituzione) in materia di politica estera, e si è riservato il diritto di decidere su come tradurre in pratica il mandato del Congresso rispetto ai negoziati a quattro sull'Ucraina. Trump dispone di un po' di spazio di manovra, specialmente sul modo di tradurre (o non tradurre, come sembrerebbe il caso) in termini operazionali la legislazione, ma sicuramente non ne dispone per ammansire l'Europa o, in maniera più attinente, per convincere la Russia che l'AmeriKKKa adesso ha qualcosa di concreto da offrire o, se l'offerta si concretizzasse, che ha modo di tenere ad essa fede. In altre parole, per la Russia gli USA non sono davvero in condizione di stringere degli accordi.


La dichiarazione di Medvedev

Il Primo Ministro russo Dimitri Medvedev ha scritto in risposta:
"La firma delle nuove sanzioni contro la Russia e la loro traduzione in legge da parte del presidente degli Stati Uniti a varie conseguenze. In primo luogo questa è la fine di qualunque speranza di migliorare le nostre relazioni con la nuova amministrazione statunitense. Secondo, gli Stati Uniti hanno appena dichiarato una vera e propria guerra commerciale alla Russia. Terzo, l'amministrazione Trump si è dimostrata oltremodo impotente, e nella maniera più umiliante, perché il congresso si è arrogato i poteri dell'esecutivo. Questo indica un mutamento dei rapporti di forza nei circoli politici degli Stati Uniti.
Cosa significa tutto questo per gli Stati Uniti? Lo establishment ameriKKKano ha messo Trump completamente fuori gioco. Il Presidente non approva queste nuove sanzioni ma non ha potuto evitare di firmare la nuova legge. Lo scopo di queste nuove sanzioni era rimettere Trump al suo posto. Il loro obiettivo a lungo termine è quello di rimuovere Trump dalla sua carica."
Le norme fondamentali nella nuova legge vanno sotto il titolo di The Russia Sanctions Review Act of 2017. Questo capo traduce in legge le sanzioni imposte in passato alla Russia dalle amministrazioni precedenti, e proibisce al presidente di alleviare qualunque sanzione in vigore contro la Russia senza il previo consenso del congresso la legge stabilisce che la procedura per arrivare a questo consenso di chiedere al presidente di inviare al congresso un rapporto che attesti e che riporti i presunti benefici che gli Stati Uniti conterrebbero dall'abolizione di questa o di quella sanzione in congresso poi può decidere un dibattito sulla relazione presidenziale e nel merito dei suoi argomenti sul potenziale do ut des che fa da giustificazione all'iniziativa proposta. Alla luce del dibattito il congresso può a quel punto considerare spedirsi favorevole o contrario entro i 30 giorni dal ricevimento della relazione presidenziale.
L'influente sito Lawfare specifica comunque che "il provvedimento è abbozzato in maniera piuttosto lasca così da contemplare azioni che abbiano un qualsiasi effetto di alleggerimento nonostante non si possa propriamente parlare di abolizione formale di qualche sanzione. Per esempio è necessaria una verifica del congresso anche per un'esenzione, "la concessione della licenza che altera in maniera significativa la politica estera degli Stati Uniti nei confronti della Federazione Russa", e per qualsiasi altra iniziativa che permetta alla Russia di accedere nuovamente ai beni immobili posseduti nel Maryland e a New York."
in breve il congresso si è dato 30 giorni di tempo per esprimere voto contrario su qualsiasi cambiamento Trump cerchi di imporre alla politica estera nei confronti della Russia.


L'offesa all'Europa

La sostanza è questa, il provvedimento presenta altri piccoli addentellati. La legge colpisce il settore energetico russo, permettendo agli Stati Uniti di emettere sanzioni contro le società interessate allo sviluppo degli oleodotti russi. Esso "andrebbe quasi di sicuro ad impattare sul controverso progetto di oleodotto tra Russia e Germania noto come Nord Stream 2, che è di proprietà della Gazprom ma include anche il sostegno finanziario di società europee. Il progetto intende portare attraverso il Mar Baltico il gas naturale russo, aggirando paesi come l'Ucraina, la Polonia e negli Stati baltici," come riferisce il New York Times.
Qualcuno può considerare tutto questo come una semplice risposta alla pretesa intromissione russa negli affari interni degli Stati Uniti (come ha detto Feinstein), ma i sondaggi, anche quelli della CNN, indicano che l'establishment ha ovvi limiti politici -che interessano entrambi i partiti- nell'utilizzo del "Russia Gate" come sistema per mobilitare e accrescere il sostegno del pubblico alla rimozione del Presidente Trump. I sondaggi indicano che il 79% dei repubblicani non è "per niente" o "non molto" preoccupato per i pretesi legami di Trump con la Russia, mentre la stessa proprorzione di democratici è "molto" o "abbastanza" preoccupato. il 55% degli indipendenti in seno ai repubblicani è al 37% "per niente"preoccupato, e al 18% lo è "non molto". In sostanza il sostegno repubblicano al desiderio di Trump di arrivare alla distensione con la Russia non si è minimamente eroso, laddove la "preoccupazione" degli indipendenti e anche quella dei democratici ha invece perso qualche punto.
L'essenza è questa: la conventicola che sta attorno all'ex capo della CIA John Brennan e ad altri ha messo il cappello sul "Russia gate" per abbattere Trump, gridando allo scandalo. Solo che molto spesso le cose mandate in giro alla fin fine ritornano al mittente. A meno che l'establishment non riesca a reggere il ritmo delle illazioni e a produrre nuove rivelazioni, il "Russia gate" rischia di diventare una narrativa sterile, o un'imbeccata per la satira. Peggio, un tema tanto insistito potrebbe ritorcersi contro chi lo ha alimentato. Ci potrebbero anche essere altri scheletri nell'armadio... ma di pertinenza dell'altro partito: chi ha pagato ad esempio la Fusion GPS, cui è stato commissionato il libro nero contro Trump? La storia dell'assassinio di Seth Rich potrebbe arrivare ad una svolta? Ancora, l'ex impiegato dei servizi informatici della presidentessa del Comitato Nazionale Democratico Imran Awan, recentemente arrestato, imporrà alla narrativa un tono diverso? O c'è ancora qualcosa da svelare?


Le sanzioni vaghe

Fin dove arriverà la tensione antirussa? Il Ron Paul Institute intravede in un paragrafo della legge la possibilità che i siti Web che si esprimono contro le sanzioni potrebbero essere considerati collusi con i servizi segreti russi, perché starebbero cercando di influenzare i lettori secondo i loro dettami. Potrebbe essere interpretato come una relazione di scambio, sia pure attraverso Internet? La legge sanziona specificamente le "persone" che "intraprendono relazioni di scambio con i servizi o il settore della difesa del governo della Federazione Russa."
Secondo l'autore a prima vista si potrebbe pensare che si tratti di una interpretazione esagerata. "Dopo 12 anni passati a leggere i documenti di Capitol Hill, vi posso garantire che non si tratta mai di cose scritte in maniera semplice e descrittiva. Esiste sempre qualche sottinteso, ed in questo caso dobbiamo tenere presenti le molte occasioni in cui il direttore centrale dei servizi ed altri personaggi ai piani alti dei servizi di intelligence statunitensi hanno cercato di imporre l'idea che i canali di informazione stranieri come RT o Sputnik News non sono stampa tutelata dal Primo Emendamento, ma strumenti di un'organizzazione di intelligence straniera."
Non c'è dunque più speranza per Trump di arrivare alla distensione con la Russia? È troppo presto per dirlo, a mio parere. Medvedev ha parlato senza mezzi termini, ma le sue fosche previsioni forse intendono più ricordare agli statunitensi che le loro relazioni con la Russia non sono un giochetto della loro politica interna non una questione estremamente seria. D'ora in avanti, qualunque atto politico di una qualche rilevanza tra Stati Uniti e Russia sarà considerato in sospeso a tempo indeterminato.
La questione più essenziale è se lo stato profondo statunitense non abbia fatto il passo più lungo della gamba. Prima c'era questa lista di sanzioni, poi è arrivata la notizia che il consigliere speciale Robert Mueller, parte in causa nell'investigazione sui potenziali abboccamenti col Kremlino della campagna elettorale di Trump, sta avvalendosi di un Gran Giurì per emettere mandati di comparizione. L'uso di un Gran Giurì non impica per forza una messa in stato d'accusa, ma è uno strumento che serve a costringere i testimoni a prestare testimonianza, o a imporre la consegna di documenti sensibili che possano facilitare le cose per gli investigatori.
Questo segno di un atteggiamento ancora più aggressivo nella ricerca di prove favorevoli al "Russia gate"; la ricerca ormai interessa tutta la sfera finanziaria della famiglia Trump. Non è che ci si sta allargando troppo? A tutt'oggi non è stato provato alcun illecito.
Come già detto, la base repubblicana che sostiene Trump (a differenza del sostegno che gli arriva dallo establishment del partito) non mostra segni di erosione; sta diventando invece risentita ed irritata. Più vanno avanti gli attacchi da parte dei grandi mass media e della elite della costa orientale nei confronti della stampa alternativa e dei siti Web "disprezzabili" e più aspra sembra diventare la reazione. Oggi come oggi le divisioni in AmeriKKKa sono divenute troppo aspre perché si possa anche solo pensare che essa possa in qualche modo far tornare indietro il nastro e ricominciare dal momento in cui Obama ha lasciato la carica, come se Trump non fosse mai esistito.


Una strategia incoerente

La politica estera ameriKKKana nei confronti della Russia è al momento ridotta a un fantasma; tuttavia i malfunzionamenti della politica hanno una portata assai più ampia, e di questo non si può incolpare lo Stato profondo. La politica mediorientale non ha coerenza strategica, semplicemente.
Il 25 luglio Trump, a fianco del Primo Ministro libanese Saad Hariri, ha sbrigativamente definito il Libano con questo apprezzamento: "il Libano è sulla linea del fronte nella lotta contro lo Stato Islamico, contro al Qaeda e contro Hezbollah." Hariri ha dovuto correggere con educazione il presidente: Hezbollah è un membro della sua coalizione di governo, fa parte del suo governo ed è suo alleato in Parlamento. Il Libano sta combattendo lo Stato Islamico ed al Qaeda in Siria proprio tramite Hezbollah.
Non si dovrebbe considerare questo pur banale incidente come una delle tante papere presidenziali. Esso è un sintomo del grado di disadattamento raggiunto dall'Occidente nel contesto mediorientale. Sembra che nel campo occidentale non si trovi un solo individuo adulto e che vi abbondi soltanto una rabbiosa ignoranza che a comprendere la complessità del contesto mediorientale non ci prova neppure.
Joe Scarborough riassume bene la situazione in un articolo in cui, pur profondendo molte lodi sulle qualità personali della famiglia Trump, mette in guardia contro "l'ostinata arroganza che spesso inficia l'aspetto vincente delle campagne presidenziali." La vittoria di Trump ha portato suo genero a credere "di poter rifare il governo da cima a fondo come Al Gore, di controllare la Casa Bianca in ogni dettaglio come James Baker e di ridisegnare il Medio Oriente come Mosè. Sembra che la fiducia di Kushner arrivi a toccare il proprio apice," continua Scarborough, "ogni volta che è in discussione la pace in Medio Oriente. La sua curiosa convinzione che la storia del mondo sia iniziata il giorno che Trump si è insediato alla presidenza è venuta nuovamente alla luce questa settimana quando una registrazione clandestina lo ha sorpreso mentre diceva al personale della Casa Bianca: "Non vogliamo lezioni di storia. Di libri ne abbiamo letti abbastanza."
Ecco, probabilmente di libri sull'Iran dovrà leggerne qualcuno in più prima di decidere di accusarlo di non rispettare il JCPOA, l'accordo che pone limiti stringenti al programma nucleare iraniano. Kushner non deve per forza apprezzare l'Iran, ma semplicemente capire che si tratta di una importante potenza regionale, che le "divisioni" al suo comando sono vere e che a differenza della maggior parte dei paesi mediorientali in caso di bisogno è capace di agire in modo scaltro, efficace e deciso.


La cattiva gestione di una crisi

La sensazione che l'Occidente manchi di competenze strategiche non riguarda soltanto gli avversari di Trump. L'Iran utilizza le accuse statunitensi di violazioni degli accordi come mere pezze d'appoggio per rafforzare la propria alleanza con la Russia e la Cina che in via di rapido consolidamento. Lo scontento ha trovato anche una inattesa sponda nello stato sionista; si consideri ad esempio questo scritto, opera di quel Ben Caspit che è uno dei giornalisti meglio ammanicati del paese.
L'episodio è meglio illustra la situazione si è verificato la scorsa settimana quando la crisi sul Monte del Tempio ha minacciato di investire tutto il Medioriente in un deflagrazione iniziata nella moschea di al Aqsa. Per tutta la durata della crisi l'amministrazione statunitense di fatto si è comportata da assente ingiustificata. Nonostante essa abbia cercato di farsi credere profondamente coinvolta negli sforzi per arrivare ad una soluzione, la verità è che gli ameriKKKani non hanno rappresentato un elemento significativo durante i giorni più tesi della crisi, quando sembrava che tutto il Medio Oriente sarebbe precipitato in una nuova spirale di violenza.
Lo stesso presidente Trump non era certo coinvolto negli eventi come l'amministrazione voleva far intendere. Il suo inviato speciale Jason Greenblatt ha perso il proprio ruolo di mediatore imparziale fin dai primissimi giorni della crisi. Una affidabile fonte palestinese ha detto sotto condizione dell'anonimato ad Al Monitor che "Greenblat si è schierato, ed ha rappresentato Netanyahu per l'intera durata della crisi... Il comportamento degli ameriKKKani non ha fatto altro che rafforzare l'idea prevalente negli scorsi giorni a Ramallah: Greenblatt e Jared Kushner non hanno alcuna rilevanza."
"Non conoscono affatto l'altra parte in causa, [ha detto a Caspit un'altra fonte palestinese] non conoscono il medio oriente e non hanno consapevolezza delle cose. Non si può venire a conoscenza di quanto sta succedendo qui con un seminario di qualche settimana..."
"Un ministro sionista di lunga esperienza ha aggiunto, a condizione di restare anonimo: 'Gli ameriKKKani non sono davvero presenti qui. Ci lasciano fare tutto quello che vogliamo. Non sono loro a tenere banco, e non sono loro a definire le cose da fare.'
Ovviamente questa libertà d'azione quasi completa sarebbe il sogno della destra sionista. Ma anche nella destra sionista c'è chi sta cominciando a preoccuparsi per come stanno andando le cose. 'Era chiaro, per quanto poteva esserlo, durante la crisi del Monte del Tempio. Non c'era un solo adulto responsabile in tutta la banda.'"