domenica 18 febbraio 2018

Alastair Crooke - Il grande accordo di Putin con lo stato sionista: sarà possibile digerirlo?



Traduzione da Strategic Culture, 17 febbraio 2018.

"Lo stato sionista accampa superiorità morale," ha scritto l'esperto di difesa Alex Fishman il mese scorso sul quotidiano ebraico Yedioth Ahronoth, "e si dirige speditamente verso una deliberata guerra; senza giri di parole, è la guerra che è già iniziata in Libano." Nel suo articolo Fishman evidenzia: "La deterrenza in senso classico si ha quando si minaccia un avversario affinché non ti colpisca nel tuo territorio; in questo caso invece lo stato sionista pretende che il nemico si astenga dal compiere qualche atto nel proprio territorio, pena l'essere colpito. Sia da un punto di vista storico sia dal punto di vista del diritto internazionale, le possibilità che questa minaccia venga recepita come concreta e che porti alla cessazione delle attività dell'avversario nel suo stesso territorio sono scarse."
Anche Ben Caspit ha fatto riferimento alla concreta prospettiva di una guerra deliberata; in un editoriale su Haaretz invece -come mostrato dal professor Idan Landau in un blog di notizie dallo stato sionista- si legge: "Il governo dello stato sionista deve comunque ai cittadini spiegazioni dettagliate, pertinenti e persuasive su come mai una fabbrica di missili in Libano abbia cambiato l'equilibrio strategico al punto che è necessario entrare in guerra. Deve presentare delle valutazioni al pubblico: il numero preventivato di perdite, i danni stimati alle infrastrutture civili, il prezzo da pagare per questa guerra, e raffrontarle al pericolo rappresentato dalla costruzione della fabbrica di missili."
In Medio Oriente si vive in tempi pericolosi oggi, sia per il presente che per il medio termine.
La scorsa settimana si è verificato il primo episodio di "cambiamento delle carte in tavola" che ha quasi gettato in guerra la regione: l'abbattimento di uno dei più sofisticati aerei dell'arsenale sionista, uno F16i. Solo che, come ha scritto Amos Harel in questa circostanza, "il Presidente russo Vladimir Putin ha messo fine al confronto tra stato sionista e Iran in Siria, ed entrambe le parti si sono attenute a questa decisione... Sabato pomeriggio, dopo la seconda ondata di bombardamenti... ufficiali superiori sionisti stavano ancora perseguendo una linea intransigente, e sembra che a Gerusalemme si stessero prendendo in considerazione ulteriori azioni militari. La discussione in merito si è chiusa non molto dopo una telefonata tra Putin e il Primo Ministro Benjamin Netanyahu" (il corsivo è nostro, [N.d.A.]).
Questa dichiarazione ha cambiato le carte in tavola per la seconda volta. Ai bei vecchi tempi, come li ha chiamati Martin Indyk, lo stato sionista si sarebbe rivolto agli USA come per riflesso. Questa volta no. Questa volta lo stato sionista ha chiesto di mediare al Presidente Putin. Sembra che lo stato sionista consideri adesso il signor Putin come la potenza di cui non può fare a meno. E per quanto riguarda lo spazio aereo a nord, è effettivamente così. Come ha scritto Ronen Bergman sul New York Times, "allo stato sionista non sarà più possibile prendere iniziative indiscriminate in Siria"; in secondo luogo, "se qualcuno ancora non se ne fosse accorto, la potenza dominante nella regione è la Russia".
Cosa significa tutto questo? Innanzitutto, non si tratta di un drone che ha oltrepassato o meno la frontiera di quello che lo stato sionista chiama stato sionista e che la Siria chiama invece "Golan occupato". Lasciamo perdere questo punto, o se preferite consideriamolo come un caso di "effetto farfalla" nella teoria del caos, quello in cui due piccole ali finiscono per cambiare il mondo. In definitiva, le multiformi avvisaglie di una guerra incombente scaturite dal successo che lo stato siriano ha avuto nel combattere l'insurrezione jihadista si sono accumulate contro di esso. La vittoria siriana ha mutato l'equilibrio dei poteri in Medio Oriente, e stiamo assistendo alla reazione di certi stati sovrani a fronte di questa sconfitta strategica.
Lo stato sionista si è schierato coi perdenti e intende limitare le perdite; teme i mutamenti in atto nel settore settentrionale della regione e il Primo Ministro Netanyahu ha cercato varie volte di ottenere dal Presidente Putin la garanzia che all'Iran e a Hezbollah non sarebbe stato concesso di conseguire alcun vantaggio strategico in seguito alla vittoria siriana, tale da andare a detrimento dello stato sionista. Ora, sembra chiaro che Putin non ha fornito alcuna garanzia di questo genere. Ha detto a Netanyahu che pur riconoscendo e prendendo atto degli interessi dello stato sionista in materia di sicurezza, anche la Russia aveva i propri interessi. E ha sottolineato che l'Iran era "un partner strategico" della Russia.
In pratica, non esiste alcuna presenza effettiva dell'Iran o di Hezbollah nelle immediate vicinanze dello stato sionista; anzi, sia l'Iran che Hezbollah hanno sostanzialmente ridotto nel complesso la propria presenza in Siria. Ma Netanyahu voleva di più, a quanto pare; e per fare pressione sulla Russia affinché garantisse che la Siria del futuro non avrebbe ospitato alcuna presenza sciita, lo stato sionista ha iniziato a bombardare la Siria praticamente ogni settimana, e a minacciare bellicosamente il Libano col pretesto che l'Iran vi stesse approntando fabbriche di "missili sofisticati". In questo modo ha di fatto detto al Presidente Putin: "se non ci garantisci direttamente e in maniera inoppugnabile che in Siria non ci sono né l'Iran né Hezbollah, noi mettiamo a ferro e fuoco sia il Libano che la Siria."
Insomma, è successo che lo stato sionista ci ha rimesso uno F16, inaspettatamente abbattuto dalla contraerea siriana. Il messaggio è questo: "La stabilità in Siria e in Libano è interesse russo. Noi riconosciamo gli interessi dello stato sionista in materia di sicurezza, ma non intromettetevi nei nostri. Se volete la guerra con l'Iran sono affari vostri, e la Russia non se ne farà coinvolgere; non dimenticatevi però che l'Iran è, e continua ad essere, un nostro partner strategico".
Ed ecco il grande accordo di Putin: la Russia si addosserà una precisa e definita responsabilità nei confronti della sicurezza dello stato sionista, ma non se lo stato sionista intende deliberatamente entrare in guerra contro l'Iran e Hezbollah, o se altrettanto deliberatamente interferisce con la stabilità nel nord del Medio Oriente, Iraq compreso. E basta bombardamenti gratuiti nel nord al fine di mandarne all'aria la situazione. Se poi lo stato sionista vuole la guerra con l'Iran, la Russia se ne terrà lontana.
Lo stato sionista ha assaggiato il bastone del Presidente Putin: cari sionisti, la superiorità aerea nel nord è stata appena punzecchiata dalle difese aeree siriane. E quando i nostri missili antiaerei S400 saranno in postazione la perderete del tutto. Consideratela finita.
Nel caso ci fosse qualche dubbio, si consideri la dichiarazione che il Capo dello Stato Maggiore delle forze aerospaziali russe, il Maggior Generale Sergey Meshcheryakov, ha rilasciato nel 2017: "Oggi in Siria è stato dislocato un sistema di difesa aerea unificato e integrato. Abbiamo assicurato lo scambio di informazioni e di tecnologie fra i sistemi di identificazione aerea siriano e russo. Tutte le informazioni sulla situazione dei cieli partono dalle stazioni radar siriane e arrivano ai punti di controllo dei concentramenti delle forze russe".
Da questo derivano due dati di fatto. Innanzitutto, che i russi sapevano esattamente quello che stava succedendo quando l'F16 sionista si è imbattuto nello sbarramento dei missili antiaerei siriani. Il decano dei corrispondenti sionisti in materia di difesa Alex Fishman ha scritto sul quotidiano ebraico Yediot Ahronot dell'11 febbraio: "uno degli aerei [sionisti] è stato colpito dai due sbarramenti di ventisette missili superficie-aria siriani... un traguardo non da poco per l'esercito siriano, e una cosa imbarazzante per l'aeronautica sionista perché si presumeva che i sistemi di contromisure elettroniche che proteggono l'aereo lo proteggessero dallo sbarramento missilistico... L'aeronautica si troverà a dover procedere con un'accurata inchiesta tecnica e di intelligence per capire se i siriani sono in possesso di sistemi in grado di superare le misure di avvertimento e di disturbo a disposizione dello stato sionista e se i siriano hanno sviluppato nuovbe tecniche di cui l'aeronautica sionista non è a conoscenza. E' stato riferito che i piloti non hanno parlato via radio di alcun allarme indicante un missile nemico diretto verso il loro aereo. All'inizio si pensava che lo avrebbero riferito. Avrebbero potuto esserne preoccupati. Ma esiste anche la più preoccupante possibilità che non sapessero di avere un missile diretto contro, e questo porta alla questione del perché non lo sapevano e si sono accorti della gravità del danno solo dopo essere stati colpiti e sono stati costretti ad eiettarsi."
In secondo luogo, la successiva affermazione dei sionisti secondo cui la Siria era stata punita con la distruzione del 50% del suo sistema di difesa antiaerea va presa con estrema cautela. Si ricordi quanto affermato da Meshcheryakov: si tratta di un sistema russo-siriano unificato e completamente integrato, il che significa che su di esso sventola la bandiera russa. E difatti il portavoce dell'aeronautica sionista si è rimangiato questa prima affrmazione, come risulta qui.
Infine, dopo l'abbattimento dello F16, Putin ha detto allo stato sionista di farla finita con la destabilizzazione della Siria. Non ha detto nulla sul pattugliamento della frontiera meridionale da parte di droni siriani, che è pratica corrente in Siria per il controllo dei gruppi di insorti in azione al sud.
Il messaggio è chiaro. Lo stato sionista può contare su limitate garanzie in materia di sicurezza da parte della Russia, ma non ha più la propria libertà di azione. Senza il dominio dell'aria, che la Russia si è già assicurata, la presunta superiorità aerea sui paesi arabi confinanti che la psiche collettiva dello stato sionista considera da molto tempo assodata ne esce con le ali spuntate.
Ora, un accordo di questo genere può essere assimilato nello stato sionista, dal punto di vista culturale? Occorre aspettare e vedere se i capi dello stato sionista accetteranno l'idea che non dispongono più della superiorità aerea sul Libano e sulla Siria, o se invece la leadership politica sionista, come temono i commentatori qui citati, sceglierà deliberatamente di entrare in guerra nel tentativo di prevenire la perdita totale del dominio dei cieli. Esiste ovviamente anche la possibilità di correre a Washington per cercare di convincere l'AmeriKKKa a far propria la causa della cacciata dell'Iran dal suolo siriano, ma ci si chiede se Putin non abbia già incastrato in anticipo Trump con il suo piano, e senza tanto chiasso. Chissà.
Dal punto di vista delle forze armate sioniste una guerra preventiva per recuperare la superiorità aerea sarebbe fattibile o realistica? Si tratta di una questione dibattuta. Un terzo dei cittadini sionisti è culturalmente ed etnicamente russo, e molti ammirano il Presidente Putin. E in tal caso, lo stato sionista potrebbe contare sul fatto che i russi non userebbero i sofisticati missili antiaerei S400 schierati in Siria per proteggere i militari russi che vi si trovano?
Di per sé neppure le tensioni che ci sono tra stato sionista, Siria e Libano contribuiscono a porre fine all'attuale ridda di rischi che la situazione in Siria comporta. Nel corso dello stesso fine settimana la Turchia ha perso un elicottero e i due uomini di equipaggio, abbattuti ad Anfrin dalle forze curde. In Turchia il risentimento contro lo YPG e il PKK sta salendo, il nazionalismo e il neoottomanismo stanno raggiungendo un picco, e l'AmeriKKKa viene rancorosamente ritratta come un nemico strategico. Il Presidente Erdogan afferma convinto che le forze turche spazzeranno via le forze dello YPG/PKK da Anfrin fino all'Eufrate, ma un generale ameriKKKano dice che i soldati ameriKKKani non si faranno certo da parte per aprire la strada a Erdogan a Manbij, che si trova a metà strada. Chi farà per primo un passo falso? E questa escalation può andare avanti senza che si verifichi una rottura sostanziale nelle relazioni tra USA e Turchia? Erdogan ha già notato che il budget per la difesa del 2019 già contempla uno stanziamento di cinquecentocinquanta milioni di dollari a favore dello YPG. Che cosa intende fare davvero l'AmeriKKKa con un gesto simile?
I vertici delle forze armate statunitensi, tutti occupati a giocare una riedizione della guerra del Vietnam in cui però stavolta l'AmeriKKKa vince -per mostrare che l'esito in Vietnam fu per i militari quello di una sconfitta immeritata- possono accettare di ritirarsi da un'occupazione della Siria che hanno imposto con perentorietà ad est dell'Eufrate, perdendo così altra credibilità? E possono farlo proprio adesso che il ripristino della credibilità e dell'influenza militare statunitense sono il mantra stesso dei generali della Casa Bianca (e di Trump)? O forse questo perseguire il ripristino della propria credibilità degenererà in un tiro al tacchino contro l'Esercito Arabo Siriano o anche della stessa Russia, che considera l'occupazione statunitense in Siria come fattore di intrinseco disturbno della stabilità regionale che essa sta cercando di instaurare?
La competizione a tutto campo tra stati per il futuro della Siria e del Medio Oriente è palese ed evidente. Ma chi si nasconde dietro provocazioni che potrebbero portare a una escalation e gettare abbastanza facilmente l'intera regione in un conflitto? Chi ha fornito il missile portatile che ha abbattuto il cacciabombardiere russo SU25 il cui pilota alla fine ha coraggiosamente preferito, circondato dagli jihadisti, uccidersi con una bomba a mano invece di farsi catturare vivo? Chi ha "agevolato le cose" al gruppo di insorti che ha lanciato il missile? Chi ha fornito ai curdi di Anfrin sofisticati armamenti anticarro che hanno distrutto una ventina di carri armati turchi? Chi ha dato milioni di dollari per le gallerie e i bunker scavati dai curdi di Anfrin? Chi ha pagato l'equipaggiamento delle loro forze armate?
Chi c'era dietro il nugolo di droni muniti di esplosivo mandati ad attaccare la principale base aerea russa a Khmeimim? I droni erano costruiti in modo da sembrare dall'esterno come semplici apparati di fabbricazione casalinga, roba che una forza irregolare potrebbe anche arrangiare in qualche modo, ma le contromisure elettroniche russe sono riuscite a prendere il controllo e a far atterrare sei apparati di questo tipo, e i russi hanno potuto constatare che all'interno si trattava di qualcosa di molto diverso: c'erano contromisure elettroniche sofisticate e sistemi di guida basati su GPS. Insomma, l'aspetto casareccio serviva a mascherare un'essenza davvero sofisticata, verosimilmente frutto del lavoro di un ente statale. Quale? E perché? Qualcuno stava cercando di mettere Russia e Turchia una contro l'altra?
Non si sa. Ma è abbastanza chiaro che la Siria è crogiolo di potenti forze distruttive che potrebbero, di proposito o no, mettere in subbuglio il paese e potenzialmente tutto il Medio Oriente. Come ha scritto l'esperto di questioni di difesa sionista Amos Harel, lo scorso fine settimana "siamo arrivati a un niente dal ritrovarci in guerra".

giovedì 8 febbraio 2018

Alastair Crooke - Gli USA, il Vietnam e le guerre a durata indeterminata


Un elicottero viene gettato fuori bordo dalla USS Blue Ridge a largo delle coste del Vietnam nell'aprile 1975.
Un'immagine simbolo della fine dell'impegno statunitense in Vietnam.

Traduzione da Consortium News, 2 febbraio 2018.

Se lasciamo un attimo da parte l'acredine del Presidente Trump nei confronti di Barack Obama e di tutto il suo operato (con particolare riferimento all'accordo sul nucleare iraniano) e il suo considerevole attaccamento a Benjamin Netanyahu, gran parte di quanto fatto dalla sua amministrazione in politica estera sembra privo di coerenza strategica a chiunque non sia parte in causa: l'aumento del numero di soldati statunitensi in un Afghanistan dove la guerra dura da sedici anni, la realizzazione di uno staterello militarizzato nel nord est della Siria, un piano per dividere il Libano, la collaborazione operativa con l'Arabia Saudita nella guerra in Yemen, e il "togliere di mezzo la questione di Gerusalemme".
Tutte politiche che sembrano concepite all'insegna di una completa indifferenza nei confronti del probabile fallimento e della conseguente umiliazione.
Adesso, uno storico militare che ha prestato servizio con le truppe statunintensi in Iraq ci viene a spiegare, e in modo convincente, che se non troviamo coerente questo insieme di cose è perché non siamo riusciti ad afferrare l'essenza di quello che c'è alla base di queste scelte. In una parola, ci mostra l'elemento che manca: il Vietnam.
"Sempre presente," scrive Danny Sjursen della guerra del Vietnam, "essa aleggia nel passato e plasma il futuro. Una guerra di cinquant'anni fa, una volta indicata come la più lunga della nostra storia, è viva e vegeta, ed esiste un gruppo di ameriKKKani che la sta ancora combattendo: il Comando Supremo. E dopo quasi cinquant'anni la sta ancora perdendo, e sta ancora incolpandone qualcun altro."
Un coinvolgimento durato più di vent'anni, a partire dall'inizio degli anni Cinquanta per finire alla metà dei Settanta, nel cui momento culminante c'erano sul terreno cinquecentomila soldati statunitensi; eppure, al punto debole di base non fu mai posto rimedio. Il governo di Saigon sostenuto dagli USA era semplicemente incapace di stare in piedi senza il sostegno ameriKKKano, e finì per crollare sotto il peso di un'invasione convenzionale nordvietnamita nell'aprile del 1975.
"Il fatto è," scrive Sjursen, "che la maggioranza degli storici... concorda con le grandi linee di questa narrativa; la maggioranza degli ufficiali superiori ameriKKKani invece no. Anzi, loro la guerra del Vietnam la stanno ancora combattendo."
Molti degli alti quadri in servizio hanno iniziato la carriiera quando il prestigio delle forze armate era al suo minimo assoluto. Sono invecchiati credendo che il fallimento in Vietnam fosse dovuto alla codardia dei politici di Washington, o al fatto che il comando supremo era troppo debole per imporre con efficacia la propria autorità. Nessuna delle analisi militari svolte dalla generazione di ufficiali del dopoguerra ha mai affrontato l'interrogativo essenziale, "se la guerra in Vietnam si poteva vincere, se era una guerra necessaria, se era una mossa avveduta" fin dal principio.
Nossignore. Secondo loro la guerra poteva essere vinta, e sarebbe stata vinta se solo la si fosse affrontata nella maniera giusta.
Ecco perché ci troviamo con questa guerra a tempo indeterminato, che è stata appositamente ideata per fornire prova delle due più importanti tesi degli ambienti militari sulle questioni che, se affrontate correttamente in Vietnam invece di essere ignorate, avrebbero portato ad una "vittoria" ameriKKKana.
Questa operazione di revisionismo storico è iniziata nel 1986 con uno scritto di David Petraeus sulla rivista militare Parameters. Petraeus sosteneva che l'esercito degli Stati Uniti non era preparato per combattere in conflitti a bassa intensità come quello vietnamita, e che "non era qualche Vietnam in meno quello di cui il paese aveva bisogno, ma di combatterli meglio. La prossima volta", era la sua fatalistica conclusione, l'esercito dovrebbe impegnarsi molto di più nell'organizzazione di forze antiguerriglia e nell'adottare quegli equipaggiamenti, quelle tattiche e quelle dottrine che consentono di vincere conflitti del genere."
Fu un certo colonnello Harry Summers a inaugurare un filone di analisi militari orientate in senso clausewitziano, con alla base ipotesi di ampia portata, sul come "vincere" nella prossima occasione. A suo dire "sono stati i responsabili civili della linea politica a perdere la guerra, perché si sono concentrati senza speranza sull'insurrezione nel Vietnam del Sud invece di pensare alla capitale del Nord, Hanoi; più soldati, più aggressività, anche l'invasione vera e propria dei santuari comunisti in Laos, in Cambogia e nel Vietnam del Nord avrebbero portato alla vittoria."
H. R. McMaster (attualmente Consigliere per la Sicurezza Nazionale) in Dereliction of Duty uscito nel 1997 additava invece come responsabile lo Stato Maggiore Congiunto, che avrebbe mancato di onestà nel consigliare il Presidente Johnson in merito a quanto era necessario per "vincere", ed era d'accordo con Summers sul fatto che la "vittoria" richiedeva una strategia offensiva più decisa: un'invasione a tuttto campo del Vietnam del Nord, oppure un suo incessante bombardamento a tappeto.
In questo senso anch'egli era un clausewitziano di quelli propensi a fare le cose in grande, e possiamo identificare qualche elemento di questa prima forma mentis nel tentativo che McMaster ha fatto, ad aprile 2017, di convincere il Presidente Trump a dislocare in Afghanistan centocinquantamila soldati, per una impennata nello stile di Petraeus. Si ricorderà anche che McMaster pare sia sostenitore di un approccio più aggressivo -con il ricorso alle armi- nei confronti della Corea del Nord.
L'altro argomento, quello della mancanza in Vietnam di un atteggiamento centrato sull'antiguerriglia, è stato dapprincipio adottato dal colonnello Krepinevich come la spiegazione complessiva del fallimento dei militari statunitensi in Vietnam. La dottrina antiguerriglia definitiva, il Field Service Manual 3-24 - Operazioni Antiguerriglia, ha comunque la supervisione di David Petraeus, che vi ha lavorato con un altro funzionario, il luogotenente generale James Mattis attualmente Segretario alla Difesa.
Petraeus sarebbe "risaputamente tornato in Iraq nel 2007," nota Engelhardt, "con quel manuale in mano e cinque brigate, ventimilia soldati statunitensi, per quello che sarebbe stato chiamato l'impennata o la nuova marcia in avanti; un tentativo di salvare l'amministrazione Bush da un'occupazione condotta in modo disastroso."
"Queste interpretazioni revisioniste dell'esperienza in Vietnam avrebbero portato in Iraq e in Afghanistan a conseguenze tragiche, una volta percolate lungo l'intera scala gerarchica del corpo ufficiali," pensa Sjursen. "Tutti questi ricordi errati, tutte queste presunte lezioni tratte dall'esperienza vietnamita permeano oggi di sé l'approccio statunitense alle guerre in Medio Oriente e in Africa, fatto di "impennate" e di "consigli ed assistenza".
Entrambe le scuole di pensiero di orientamento revisionista sul conto del Vietnam sono rappresentate nell'amministrazione Trump, e dirigono la sua versione di strategia globale. Ci sono quelli che vogliono mano più libera nel fare la guerra di quanta ne abbiano avuta in Vietnam, ed esiste anche una compagine impegnata anima e cuore, formata da funzionari che hanno attraversato i mandati di tre presidenti effettuando missioni influenzate da un approccio antiguerriglia in più di due terzi dei paesi del mondo. "I leader di oggi neppure si curano di fingere che le guerre successive all'Undici Settembre avranno mai fine," nota Sjursen.
In un'intervista del giugno 2017 Petraeus ha descritto il conflitto Afghano usando il vocabolo "generazionale", levando così lo spettro di un impegno lungo decenni. Al News Hour della PBS, Petraeus ha detto:
"Ma questa [guerra in Afghanistan] è una lotta generazionale. Non è di quelle che si vince nel giro di qualche anno. Non è che conquisteremo una cima, pianteremo una bandiera [e] torneremo a casa a fare la sfilata della vittoria. Abbiamo bisogno di rimanere sul posto per un lungo periodo, ma di farlo, anche questo, in maniera sostenibile. Siamo rimasti in Corea per più di sessantacinque anni perché per questo esiste un interesse nazionale importante. Siamo rimasti per molto tempo in Europa e ci siamo ancora, certamente; ci siamo con ancora più convinzione, date le iniziative aggressive della Russia. Sono convinto che sia questo il modo con cui dobbiamo affrontare la questione."
L'analisi di Sjursen aiuta a spiegare quelle che altrimenti parrebbero azioni sconsiderate da parte dell'appparato militare statunitense, per esempio l'occupazione sul campo -ovvero illegale- di un angolo della Siria... grande quanto il quaranta per cento del paese. Sembrerebbe che la guerra con la Russia e con l'Iran sia a tempo indeterminato anch'essa, una guerra destinata a durare per generazioni. Lo stesso vale per quella con la Cina, ma quello è un fronte sostanzialmente finanziario.
Nel maggio 2016 McMaster disse al Center for Strategic and International Studies: "Per indurre deterrenza in un paese forte... occorre giocare d'anticipo, occorre essere in grado di prospettare un alto prezzo per chi non si adegua, e assumere nei confronti della cosa un atteggiamento coerente con una deterrenza basata sulla negazione, infondendo nel nemico la convinzione che non ci sia modo di arrivare ai propri obiettivi a costi ragionevoli."
Forse, l'annessione da parte dell'AmeriKKKa del nord est della Siria serve proprio a questo: a prospettare un prezzo alto, a una deterrenza fondata sulla negazione del suolo siriano alle forze della Repubblica Islamica dell'Iran.
All'Europa potrebbe piacere qualche riflessione su quanto detto da McMaster. Perché se gli USA sono coinvolti nei confronti dell'Iran in operazioni in cui ha parte l'antiguerriglia e di cui si prospetta una durata "generazionale", gli europei stanno combattendo la guerra sbagliata: cercando di compiacere Trump mettendo in piedi un gruppo di lavoro con gli ameriKKKani per vedere come migliorare gli accordi sul nucleare, o affrontare colloqui sui missili balistici con l'Iran, probabilmente non porterà a nulla; rientrerà semplicemente in quello che McMaster ha descritto come la necessità, per gli USA, di operare con efficacia sul "campo di battaglia della percezione e dell'informazione".
Insomma, gli europei saranno collusi alle operazioni antiguerriglia che gli USA metteranno a segno contro l'Iran.
Quello che è meno chiaro, su quello che sta accadendo nella politica estera statunitense, è questo: durante l'iniziativa del 2016 McMaster disse che l'"invasione" russa dell'Ucraina e l'"annessione" della Crimea avevano messo la parola fine al periodo del dopo guerra fredda, ma che non si trattava di nuovi sviluppi "per quanto riguarda l'aggressività dei russi."
"Ovviamente quella che la Russia sta impiegando è una strategia sofisticata, e stiamo preparando a questo riguardo una ricerca con vari collaboratori; è una strategia che si avvale delle forze convenzionali come copertura per azioni non convenzionali, ma è anche una campagna molto più sofisticata che contempla l'utilizzo della delinquenza e del crimine organizzato e la concreta operazione sul campo della percezione e dell'informazione, specialmente come parte di un più ampio sforzo di diffondere il dubbio e le teorie cospirative in seno alla nostra alleanza," ha specificato McMaster.
"Questo impegno," ha proseguito, "non ha in realtà scopi difensivi, ma scopi offensivi; far collassare la sicurezza, l'ordine economico e politico in Europa come sono emersi dalla seconda guerra mondiale e sicuramente dal dopo guerra fredda, per sostituirli con qualcosa di più in linea con gli interessi russi."
Francamente, qui siamo a livelli di psicosi. Viene in mente I demoni di Fëdor Dostoevskij, in cui dei rivoluzionari preoccupati per l'anima della Russia (ovvero dell'AmeriKKKa) si convincono che se le minacce verso di essa non verranno sconfitte da una vigorosa ripresa di uno schietto nazionalismo, sarebbe finita col soccombere. L'opera è uno studio sulla frammentazione della psiche umana che porta un gruppo a considerare che il mondo intero cospiri contro di esso, per distruggere quello che esso ritiene la vera anima della propria patria.
Nella visione di McMaster l'AmeriKKKa rappresenta la psiche fragile e minacciata, sotto un malvagio attacco che arriva da ogni parte. Pare non esservi alcuna comprensione del fatto che questi timori potrebbero in larga parte non essere altro che proiezioni della propria stessa psiche, come nell'analisi di Dostoevskij, o del fatto che le iniziative militari ameriKKKane potrebbero non aver fatto altro che alimentare proprio gli antagonismi che McMaster identifica adesso come minacciosi per sé e per il suo paese, o del fatto che la dissoluzione dell'ordine mondiale plasmato dall'AmeriKKKa o del dominio ameriKKKano sul sistema finanziario mondiale possono non essere altro che la rappresentazione del mutamento di grandi dinamiche sottostanti che sussistono in quanto tali e non hanno connessione diretta con la Russia.

domenica 4 febbraio 2018

Alastair Crooke - Gli errori di calcolo dello stato sionista potrebbero costituire il prodromo di una guerra su scala ancora più vasta



Traduzione da Consortium News, 29 gennaio 2018.

La scorsa settimana i leader politici dello stato sionista erano in brodo di giuggiole mentre il vicepresidente Mike Pence asseriva che, come cristiano sionista, era più sionista dei sionisti che siedono alla Knesset (a fare ovvia eccezione, i deputati arabi scacciati, si veda qui). Ci si potrebbe però domandare cosa stessero pensando i più sobri personaggi nei ranghi degli organismi di sicurezza dello stato intanto che ascoltavano il discorso di Pence alla Knesset, infarcito di citazioni bibliche e di attestazioni della sua "ammirazione verso il Popolo del Libro".
Magari si stavano chiedendo fino a che punto sarebbero stati in grado di spingersi nell'influenzare Pence e il suo padrone Donald Trump perché ricorressero al potere militare degli USA per portare avanti gli interessi dello stato sionista.
Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, per mezzo degli intermediari della famiglia Trump -Jared Kushner e gli avvocati di famiglia- ha sicuramente acquisito una certa influenza a Washington. Il panorama mediorientale è considerevolmente cambiato nel corso degli ultimi dodici mesi, ma il problema è proprio la natura di questo cambiamento. Quanti di questi cambiamenti sono andati verso gli interessi della sicurezza dello stato sionista o degli USA?
Quando il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MbS) ha dato il via lo scorso giugno al colpo di stato che avrebbe alla fin fine portato questo trentunenne ad assumere il potere assoluto, il Presidente Trump se ne prese come al solito tutto il merito. "Abbiamo messo in cima il nostro uomo!" ebbe a vantarsi con gli amici secondo Michael Wolff, che ne parla nel suo Fire and Fury. E Trump aveva ragione. Beh, in parte.
L'uomo è arrivato in cima, ma a fare il grosso del lavoro perché la consolidata preferenza statunitense verso il successore al trono principe bin Naif cambiasse di verso sono stati Netanyahu -che manovrava dietro le quinte- e l'uomo di Mohammed bin Zayed (MbZ) a Washington, l'ambsciatore degli Emirati Arabi Uniti Youssef al Otaiba. E soprattutto è stato MbZ ad avvertire MbS che per diventare principe ereditario era condizione necessaria e sufficiente godere del sostegno dello stato sionista. Netanyahu e lo stato sionista non possono respingere una certa quale responsabilità per le condizioni in cui si trova adesso il regno.
E i sionisti, che hanno un atteggiamento solitamente più assennato, sono sempre a congratularsi con se stessi per il loro "uomo nuovo al comando"? E' lecito dubitarne perché l'Arabia Saudita si sta trasformando in un ordigno a orologeria fatto di rancori interni, familiari e tribali, e gli Emirati alla sua periferia si stanno chiedendo cosa succederà in questa nuova epoca in cui l'Arabia Saudita mostra in politica estera un attivismo sovraeccitato, o quale futuro li aspetta nel caso la bomba saudita dovesse esplodere ("Niente di bello", è la loro probabile conclusione.)
Inoltre, per quanto riguarda il secondo essenziale tratto dell'influenza dello stato sionista sull'amministrazione statunitense, basta prendere in considerazione i curdi. Il Ministro della Giustizia dello stato sionista Ayelet Shaked ha detto subito prima del referendum sull'indipendenza di Massud Barzani che "la fondazione dello stato del Curdistan è interesse sostanziale dello stato sionista e dei paesi occidentali". Ha poi aggiunto "credo che sia giunto il momento che gli USA sostengano questo processo". Anche Netanyahu ha sostenuto l'iniziativa curda, e sembra che abbia esortato Barzani ad andare avanti, nonostante le voci contrarie degli stessi curdi e di tutti i paesi confinanti. Un piano che non ha funzionato molto bene.
Innanzitutto Barzani ha fatto fiasco: la sua iniziativa è andata in fumo in ventiquattro ore costringendo a ricorrere al piano B, uno staterello curdo nella Siria settentrionale che sta anch'esso vacillando. Lo stato sionista non è riuscito ad ottenere le zone cuscinetto che avrebbe voluto a ridosso della linea armistiziale del Golan o alla frontiera tra Iraq e Siria. Non è riuscito neppure a tenere chiusa quella frontiera, per cui ha fatto sì che degli USA condiscendenti impiantassero una zona curda nel nord est della Siria. L'obiettivo è quello di mantenere la Siria in condizioni di debolezza, negando al governo centrale risorse petrolifere e di gas naturale e mantenendo il paese diviso e in condizioni di tensione oltre che quello di mantenere aperti i collegamenti fra il "progetto di stato" in miniatura nel nord della Siria e le zone curde dell'Iraq settentrionale.
Il "progetto" sionista per i curdi è molto concreto e di lunga data. Fu formalizzato con molta chiarezza nel 1982 nel cosiddetto piano Oded Yinon, in cui si prospettava la frammentazione del Medio Oriente secondo le logiche della divisione settaria. Quando il Ministro Shaked ha invocato uno stato curdo, dicendo che avrebbe fatto parte integrante degli sforzi dello stato sionista volti a riplasmare la regione, molto probabilmente lo fa fatto tenendo presente il piano Yinon, in cui si prospettava la frammentazione dell'Iraq in stati distinti.
Ma ancora una volta, e nonostante il fallimento di Barzani, ci si è spinti troppo in là. Mosca e Damasco hanno offerto ai curdi un compromesso che consentirebbe loro un certo grado di autonomia, ma insiste sulla tutela della sovranità statale in tutta la Siria. I curdi hanno di forza rifiutato, a quanto pare credendo che Washington li sostenesse. Anche il Centcom statunitense si è esposto troppo: ha fornito ai curdi armi anticarro avanzate, e anche missili antiaerei spallabili.
I turchi ovviamente hanno avuto quello che volevano. Armamenti del genere in mano curda cambiano l'intero equilibrio strategico. Quelle armi non hanno nulla a che fare con lo spingere il Presidente Assad a consentire modifiche alla costituzione siriana: questa versione dei fatti non è plausibile. La fornitura di queste armi serve a potenziare i curdi nel senso previsto dallo Oded Yinon, non solo in Siria e in Iraq, ma come un cuneo in grado di indebolire e frantumare anche la Turchia. Non c'è da meravigliarsi che i curdi di Anfrin si mostrassero così sicuri di se stessi. E non sorprende che esperti osservatori turchi come Ibrahim Karagul (un editorialista importante, vicino a Erdogan) abbiano chiaramente detto che dietro la volontà di mandare in pezzi lo stato turco c'è la mano dello stato sionista.
Che risultati si sono raggiunti, allora? Ormai ad Ankara è passata di brutto, e probabilmente senza rimedio, qualsiasi infatuazione nei confronti di Washington. Damasco sta riprendendo con calma Idlib da cui sono spariti i gruppi dell'opposizione armata, mandati d'imperio da Ankara a dare una mano ad Anfrin. Il Presidente Assad soffre di meno pressioni e la Turchia si è orientata ancor più deliberatamente verso l'asse Russia - Iran - Iraq. Washington si sta pentendo di aver suscitato la rabbia dei turchi, ma che altro si aspettava? Era dalla conferenza stampa del 19 maggio tenuta dal generale Mattis che si sapeva come sarebbe finita.
Ed ecco il terzo importante campo dell'influenza di Netanyahu sulla politica statunitense: l'incoraggiamento per Trump affinché affossi l'accordo sul nucleare iraniano. In questo, ad essere sinceri, Bibi ha sfondato una porta aperta: sembra proprio che il suo desiderio possa trasformarsi in realtà. Pence ha detto che Trump rifiuterà di firmare l'alleviamento della sanzioni statunitensi il prossimo maggio. Ma come oggi Washington deve pentirsi della reazione turca alle proprie iniziative in Curdistan, così è probabile che lo stato sionista dovrà pentirsi di aver affossato l'accordo. Davvero la leadership sionista crede che il minuscolo Mohammed bin Salman, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti avranno la meglio sull'Iran e sui suoi alleati? E le forze armate sioniste davvero credono nel pieno sostegno ameriKKKano, nel caso si arrivasse ad un conflitto regionale?
Infine, c'è la questione dell'"accordo del secolo". Ecco, spedire Pence a minacciare la Giordania, l'Egitto e i palestinesi di azzerare loro i finanziamenti completa un quadro in cui lo stato sionista è intento a tracciare una linea molto stretta e molto di parte per il sostegno ameriKKKano e in genere mondiale. Una linea che contempla Jared Kushner -il genero di Trump- David Friedman -il suo specialista in questioni di bancarotta- e Jason Gleenblatt -un avvocato specializzato in questioni immobiliari, ex capo dell'ufficio legale al lavoro per varie società di Trump.
Lo stesso Haim Saban, fondatore del Saban Center alla Brookings e sionista acceso, ha fatto notare il mese scorso a Kushner (secondo quanto scrive lo American Lawyer):
"Un pugno di ebrei ortodossi che non hanno alcuna concezione di alcunché", è la definizione della compagine di Kushner data dall'uomo d'affari sionista-statunitense Haim Saban nel corso di un question time al forum della Brookings Institution a Washington nel corso di questa settimana.
"Della squadra fanno parte un imprenditore, che sei tu, un avvocato immobiliarista e uno specializzato in questioni di bancarotta. Non so come tu abbia fatto a reggere per otto mesi con una formazione del genere. Non c'è un solo macher di Medio Oriente in questo gruppo," ha detto Saban usando il termine in yiddish per pezzo grosso.
Kushner, oratore principale della giornata, ha risposto che la squadra, pur "non convenzionale", era "assolutamente competente". Poi si è messo a descrivere Friedman come "uno dei massimi esperti legali di questioni di bancarotta, amico intimo mio e del Presidente."
Haim [Saban] ha rilevato che in effetti la situazione in Medio Oriente non è mai stata tanto alla bancarotta come oggi."
Magari Netanyahu giungerà a pensare che nel tracciare una linea tanto stretta è finito col mettere lo stato sionista in una posizione precaria. Può anche compiacersi per come Trump e Pence stanno umiliando i palestinesi oggi come oggi, ma catalizzando la politica estera ameriKKKana in senso profondamente contrario alla regione nel suo complesso -non solo all'Iran, alla Siria, al Libano e all'Iraq, ma al punto di minacciare anche paesi interlocutori come la Giordania e l'Egitto- il Primo Ministro sionista non fa che andare verso una prossima crisi: lo stato sionista può ritrovarsi isolato e senza amici. Persino gli Stati del Golfo stanno cambiando orientamento -o ricollocandosi, se si preferisce- a fronte della profonda incertezza che domina in Arabia Saudita.
L'AmeriKKKa di oggi è profondamente polarizzata: entrambi i poli si oppongono in maniera riflessa e denigrano a vicenda in modo instancabile i rispettivi punti di vista su ogni questione di politica estera e di politica interna. Anche nel più ampio filone del nazionalismo culturale oggi in vista in AmeriKKKa e in Europa la ristretta compagine che Trump ha messo a occuparsi di Medio Oriente non è neppure rappresentativa della cultura della "destra alternativa" in senso generale, quella che in fin dei conti forma la base di Trump. Prova di questo, dato l'insistere della destra alternativa sulle condivise radici giudaico-cristiane, è il fatto che la destra alternativa considera i propri fondamenti culturali in modo ancor più ristretto. Il sostegno a tutto campo su cui lo stato sionista pensa di poter contare potrebbe rivelarsi molto evanescente.
A Washington in generale saltano agli occhi gli errori di valutazione; le conseguenze si vedono nei messaggi ondivaghi che arrivano dall'Amministrazione e nel fatto che una macchina statale unita si frammenta in feudi ministeriali litigiosi, che la Casa Bianca non sembra in grado di controllare (si veda qui la questione della Turchia).
Il Medio Oriente -e non solo il Medio Oriente- ha appena evitato un serio conflitto nel 2017; nel 2018 potremmo non essere altrettanto fortunati. Trump viene considerato il miglior amico dello stato sionista, ma lo è davvero? Il futuro dello stato sionista, a un anno dal suo insediamento, si presenta molto meno certo. Il panorama è diventato fosco. Lo stato sionista ha mal giudicato gli eventi in Siria, ha mal giudicato le pedine di cui disponeva nel paese, e probabilmente scoprirà di aver mal giudicato anche Mohammed bin Salman. Adesso, ecco un altro errore di calcolo, stavolta a proposito della Turchia. Il prossimo errore può ben farlo sul conto dell'Iran.

lunedì 29 gennaio 2018

Firenze: continuano l'insihurézza e i'ddegràdo provocati dagli anarchici! Ce ne ricorderemo alle elezioni!!


Firenze non cessa di produrre e di ospitare un certo numero di persone serie piuttosto allergiche alle ciance che la feccia con la cravatta produce a ritmi più serrati del solito in occasione delle consultazioni elettorali. 
Invece di perdere tempo col Libro dei Ceffi, queste persone serie usano i vecchi sistemi del volantino, del manifesto e dell'affissione. Ed espongono quello che pensano in paragrafi stringati, che se ne fregano dei tag, degli emoticon e della correttezza politica e curano invece di avere la memoria un po' più lunga di quanto gradirebbero quelli che "non ci sono alternative, è l'Europa che ce lo chiede".
Lo stato che occupa la penisola italiana è nominato nel documento originale; ce ne scusiamo come sempre con i nostri lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.



Gli aguzzini del mare e del deserto 
La politica del governo italiano in Libia 

 Ciò che accade al largo delle coste e all'interno del territorio libico è davvero rappresentativo dei tempi ignobili in cui viviamo. 
Con lo spudorato pretesto della lotta ai trafficanti di uomini, lo Stato italiano sta lautamente finanziando signori della guerra. Guardie e milizie (quello che si definisce maldestramente "governo libico") per il controllo e l'internamento di massa dei poveri in fuga. Pattugliamenti e respingimenti sulle coste del Mediterraneo, detenzione nei campi di concentramento libici di circa 600.000 persone, costruzione di un muro nel deserto lungo il confine con il Niger, il Ciad e il Mali. Le stesse milizie che si sono arricchite per mesi con i viaggi della disperazione, ora sono pagate per impedirli. Sono le stesse milizie a cui l'Eni delega la difesa armata dei propri pozzi. Nei 34 campi di concentramento (di cui 24 nel territorio controllato dal governo di Tripoli, alleato dell'Italia) si praticano quotidianamente torture, violenze, stupri. L'importante è che la merce umana non richiesta non venga a turbare i bisogni di ordine e sicurezza in Italia e in Europa. Il resto non è affar nostro, giusto? D'altronde, con la Turchia di Erdogan non si sono stipulati gli stessi accordi? 
Nel grande caos seguito ai bombardamenti della Nato nel 2011 (proprio quando stavano scadendo le concessioni petrolifere alle potenze occidentali) i governi d'Italia, Francia e Inghilterra hanno cercato di farsi le scarpe a vicenda rinegoziando con le bombe e con i soldi la propria influenza nell'area. 
Lo stato italiano, di cui Gheddafi è sempre stato un ottimo alleato, non poteva certo perdere il proprio potere sull'ex colonia. La "ricostruzione" che i democratici annunciano ora in Libia in cambio del muro anti-immigrati è la continuazione di ciò che le loro bombe avevano cominciato. Le varie signorie libiche usano l'arma dei migranti da lasciar partire per contendersi i soldi e la legittimazione internazionale. Ciò che ogni potenza riconosce come "governo" è solo la banda di assassini più spietata e più affidabile. Così come la partecipazione alla guerra è stata spinta all'epoca dal sinistro Napolitano, è oggi uno sbirro del partito democratico come Minniti a pavoneggiarsi di aver ridotto gli sbarchi. L'Eni intanto ha aperto altri nove giacimenti petroliferi nei circa 30.000 chilometri quadrati di territorio libico su cui governa. 
Altre aziende italiane sono pronte, con armi e bagagli. 
Si militarizzano la città in nome del cosiddetto antiterrorismo, poi si pagano le milizie jihadiste libiche per i propri interessi. 
Si ciancia di diritti democratici, ma l'unico diritto che hanno milioni di poveri è quello di crepare. Non si scomoda più la nozione di "razze inferiori", ma il risultato è lo stesso. 
Mentre tanti nostri simili sprofondano nel terrore, attaccare i signori lo sfruttamento della guerra è il solo modo per non sprofondare in una disumana indifferenza. 
Se non lo avete capito, si parla anche di noi.

sabato 27 gennaio 2018

Alastair Crooke - La realtà del dopoguerra in Siria. Chi sta arginando chi?



Traduzione da Strategic Culture, 23 gennaio 2018.

Tutto il tramestìo e tutto l'affaccendarsi della Casa Bianca con Mohammed bin Salman (MbS), Mohammed bin Zayed (MbZ) e Bibi Netanyahu in nome dell'"accordo del secolo" non solo non ha portato ad alcun accordo, ma ha esasperato le tensioni nel Golfo infilandolo in una crisi quasi capace di minacciarne l'esistenza. Adesso, gli stati del Golfo sono molto vulnerabili. L'ambizione ha spinto alcune personalità a ignorare i limiti contingenti, che sono quelli di piccoli emirati tribali che vivono di traffici, e li ha spinti ad allargarsi, a credersi giocatori di peso, architetti di primo piano del nuovo ordine mediorientale.
La squadra di Trump e anche certi europei, avvelenati da questi ambiziosi attori trentenni reduci da qualche business school del Golfo, si sono bevuti tutto quanto. La famiglia presidenziale ha accolto la narrativa -che è l'esatto contrario della verità- che definisce l'Iran e l'Islam sciita come oltremodo infidi e terroristi, e ha pensato che forzare la mano per un accordo fra Arabia Saudita e stato sionista sarebbe servito a mettere un freno all'Iran e ai suoi alleati; in cambio, lo stato sionista avrebbe finalmente ottenuto quella "normalizzazione" dei rapporti con il mondo sunnita che va cercando da tanto tempo. Questo prevedeva l'accordo del secolo.
Bene: l'avventata decisione su Gerusalemme ha messo fine al gioco. Anzi, l'affermazione di Trump ha avuto l'effetto contrario, ha dato al Medio Oriente un punto d'appoggio su cui gli ex contendenti nel conflitto siriano possono trovare una causa comune: la difesa di Gerusalemme come elemento storico e culturale, come fuoco identitario condiviso da musulmani e cristiani. Una causa che potrebbe unire il Medio Oriente, dopo le tensioni e i conflitti degli ultimi tempi.
I paesi del Golfo, dopo aver perso la guerra in Siria, si ritrovano infilati in un'altra spinosa schermaglia; sembra proprio una specie di jihad a guida ameriKKKana contro gli sciiti e tutte le loro manifestazioni nella regione, reali o immaginarie che siano. Un piano altamente ambizioso che non va bene né dal punto di vista degli affari (Dubai, per esempio, che è sostanzialmente un piccolo stato commerciale del Golfo, sopravvive grazie ai traffici con l'Iran e con il Pakistan, dove pure esiste una considerevole popolazione sciita) né dal punto di vista di una politica prudente: l'Iran è una nazione vera, con seimila anni di storia e una popolazione che sfiora i cento milioni di abitanti.
Non c'è da meravigliarsi se questo discusso piano sta dividendo il GCC. L'Oman, legato all'Iran da antichi rapporti, non lo ha mai condiviso. Il Kuwait, in cui esiste una significativa componente sciita, considera gli sciiti nell'ottica della coesistenza e dell'inclusione. Dubai teme per la propria economia, mentre il Qatar... ecco, angariare il Qatar ha portato al suo allineamento di un nuovo asse regionale con l'Iran e la Turchia.
Soprattutto, la ricerca dell'accordo fa parte del revanscismo economico ameriKKKano di un'AmeriKKKa che recupera i territori economici ceduti ad altri a causa della (presunta) "trascuratezza delle passate amministrazioni", come riporta l'analisi della Sicurezza Stategica Nazionale (NSS). A quanto sembra a Washington stanno giocherellando con l'idea di mettere dazi alle merci cinesi, di imporre sanzioni alla Russia e di scatenare contro l'Iran una guerra economica allo scopo di rovesciarne il governo. Nel caso il Presidente Trump dovesse perseguire questa politica -e sembra proprio che questa sia la sua intenzione- Cina, Russia e Iran prenderanno a loro volta contromisure economiche di qualche genere. L'areale e la popolazione coperte dal sistema del petrodollaro sono già frammentati, e potrebbero ulteriormente frammentarsi, forse al punto che l'Arabia Saudita potrebbe accettare per il proprio greggio pagamenti in yuan.
In poche parole la base di liquidità, i petrodollari su cui si basano l'ipersfera finanziarizzata del Golfo e gran parte del suo benessere economico, si assottiglierà. E questo succede in un momento in cui i redditi petroliferi sono già crollati, crollo che ha rappresentato la prima fase della frammentazione del petrodollaro attualmente in corso e che ha costretto i paesi del Golfo ad una stretta fiscale di cui hanno fatto le spese i cittadini. Di recente la Cina ha intralciato i piani di guerra commerciale degli USA, lasciando filtrare intenzionalmente, per poi ritrattarla, l'idea che la banca centrale cinese avrebbe smesso di acquistare buoni del tesoro statunitense o che avrebbe disinvestito. E l'importante agenzia cinese di valutazione del credito Dagong ha abbassato la classificazione del debito sovrano statunitense da A- a BBB+ facendo concretamente pensare che i buoni del tesoro statunitense in possesso dei paesi del Golfo non sono più quei "titoli privi di rischi" che si credeva che fossero. Anzi, potrebbero diventare soggetti a svalutazione, col crescere dei tassi di interesse o con l'impatto del quarto quantitative easing.
Come sono arrivati i paesi del Golfo a trovarsi esposti in questo modo? Essenzialmente non riconoscendo i propri limiti e dunque superandoli. Una risposta stringata è questa. Alla fine degli anni Novanta e all'inizio del decennio successivo il Qatar, con il suo padrone Hamad bin Khalifa, era considerato prepotentemente attivo sul piano politico, ben oltre il modesto peso assegnatogli da una popolazione di duecentomila abitanti. Il Qatar aveva lanciato la rete di notizie Al Jazira; una novità sorprendente per il mondo arabo dell'epoca e che sarebbe diventata uno strumento molto potente nel corso della cosiddetta "primavera araba". Ad Al Jazira sono state attribuite -almeno così mi disse all'epoca l'emiro- la caduta del Presidente Mubarak e la fondazione della base politica per la corrispettiva ondata di proteste popolari nel 2011. Probabilmente l'emiro faceva delle valutazioni corrette; all'epoca sembrava che gran parte dei paesi del Golfo, Emirati compresi, potesse essere sovvertita dalla guerriglia mediatica di Al Jazira e finisse in mano ai Fratelli Musulmani, che il Qatar stava proteggendo in qualità di strumento per "riformare" il mondo arabo sunnita.
Insomma, il Qatar stava sfidando l'Arabia Saudita, e la stava sfidando non soltanto sul piano politico; proteggendo i Fratelli Musulmani, il Qatar sfidava proprio la dottrina che poneva le basi religiose della monarchia assoluta dell'Arabia Saudita. Al contrario della Casa dei Saud, i Fratelli Musulmani affermano che la sovranità spirituale appartiene al popolo, alla comunità dei credenti, e non a un qualche "re" saudita. Questo inebriamento rivoluzionario qatariota, che minacciava nella sua stessa essenza il dominio dei Saud, ha suscitato l'odio dei sauditi. E lo stesso ha fatto MbZ, convinto -a ragione- che i Fratelli Musulmani avessero Abu Dhabi nel mirino. Nella questione sono entrati anche antichi rancori, oltre alla competizione che divide Abu Dhabi dal Qatar. L'emiro qatariota alla fine si è esposto troppo, e nel 2013 è stato costretto a lasciare il trono e ad andare in esilio.
Abu Dhabi storicamente non si è mai inteso granché bene con l'Arabia Saudita, che trattava con una certa sufficienza questi emirati di piccolo cabotaggio. MbZ tuttavia aveva visto in MbS un'opportunità, per sé e per Abu Dhabi, di esercitare una certa influenza e soprattutto di far diventare l'emirato una sorta di nuovo Qatar in grado di atteggiarsi ben al di là di quanto gli permettesse il proprio scarso peso politico. A differenza del Qatar però non avrebbe dovuto cercare di tenere testa all'Arabia Saudita, ma di prendere il ruolo di un "Mago di Oz" che, operando dietro le quinte, muovesse le leve saudite per esercitare pressione sugli USA e ottenere l'approvazione ameriKKKana per l'impegno di MbS e di MbZ contro i Fratelli Musulmani e per una posizione laica, neoliberista e anti iraniana.
Subito dopo la guerra dello stato sionista contro Hezbollah nel 2006 MbZ riuscì a mettere in piedi, tramite il generale Petraeus all'epoca comandante del CentCom, un canale diretto con gli ameriKKKani e a concentrarsi sulla minaccia rappresentata dall'Iran; usò con disinvoltura il timore di inflitrazioni da parte dei Fratelli Musulmani per aprire una porta all'espansione del controllo di Abu Dhabi su Dubai e sugli altri emirati sul piano della sicurezza, e utilizzò il sostegno finanziario di Abu Dhabi verso gli altri emirati dopo la crisi finanziaria del 2008. Tutte queste iniziative sono confluite in una sorta di manuale sull'eliminazione dei rivali politici e sull'acquisizione di un potere privo di contrasti. Una scalata che è servita da guida per la successiva ascesa di MbS alla volta del potere assoluto in Arabia Saudita, col più anziano MbZ a fare da guida. I due intendevano nientemeno che rovesciare il corso degli eventi in Medio Oriente arginando l'Iran e, con l'aiuto ameriKKKano e sionista, ripristinare la supremazia dell'Arabia Saudita.
Il Presidente Trump ha abracciato senza riserve -e a quanto sembra in modo irrevocabile- MbS e MbZ. Ma anche questo si è rivelato essere un caso in cui qualcuno, nel Golfo, ha fatto il passo più lungo della gamba. Trump potrebbe non arrivare a far considerare normalità una Gerusalemme sionista, Netanyahu potrebbe non arrivare a calmare i rapporti con i palestinesi partendo dalla coalizione che lo sostiene, né potrebbe formarne un'altra. In ogni caso, neppure Abu Mazen potrebbe cedere sullo status di Gerusalemme. Insomma, Trump ha semplicemente "consegnato" la città santa allo stato sionista, segnando in questo modo un momento saliente del quasi completo isolamento diplomatico dell'AmeriKKKa. Sul piano politico MbS, MbZ, Netanyahu e Jared Kushner hanno tutti fallito, e si trovano umiliati e indeboliti. Importante è il fatto che adesso il Presidente Trump si trova avvinto ad una leadership saudita vacillante e alla propria radicale antipatia verso l'Iran, come è emerso alle Nazioni Unite nel discorso che ha tenuto a Settembre davanti all'assemblea generale.
Nello schierarsi a favore di questo piano contrario all'Iran, il Presidente Trump si trova -grazie all'aver mal giudicato la capacità di MbS e di Mbz di arrivare a qualche risultato significativo- a non poter contare su alcuna truppa sul terreno. Il GCC, il Consiglio degli Stati del Golfo, è diviso; l'Arabia Saudita è in crisi, l'Egitto sta passando nel campo di Mosca con l'acquisto di missili russi S300 per un miliardo di dollari, e di cinquanta Mig 29 per altri due miliardi. La Turchia è persa, e sta facendo il doppio gioco con Mosca e con Washington per i propri scopi. La maggior parte dell'Iraq sta di fatto con Damasco e con Tehran. Perfino gli europei sono titubanti davanti alla politica statunitense nei confronti dell'Iran.
Ovviamente Trump può comunque nuocere all'Iran; può farlo anche senza venir meno agli acordi sul nucleare. Il suo generare incertezza sul suo ritiro o meno dagli accordi, più il suo minacciare sanzioni di altro genere sono probabilmente abbastanza perché le imprese europee e di altra significativa provenienza rifuggano da progetti commerciali con l'Iran;  ma per quanto doloroso questo possa essere per il popolo iraniano, non può certo nascondere la realtù delle cose nel dopoguerra in Siria: in Libano, in Siria o in Iraq poche cose possono succedere senza che l'Iran ne sia coinvolto, in un modo o nell'altro. Persino la Turchia non può perseguire una stategia contro i curdi all'insegna del realismo senza l'assistenza iraniana. Russia e Cina hanno entrambe bisogno dell'aiuto iraniano per assicurarsi che il loro progetto per la realizzazione di "Una sola via, una sola strada" non venga inficiato da jihadisti estremisti.
La realtà è questa. Mentre i leader ameriKKKani ed europei parlano senza sosta dei propri piani per "arginare" l'Iran, l'Iran e i suoi alleati nella regione (Siria, Libano, Iraq e, in una misura non prevedibile, la Turchia) stanno di fatto "arginando" AmeriKKKa e stato sionista, contro cui agiscono con la deterrenza militare. Inoltre il centro di gravità economico della regione si sta inesorabilmente allontanando dal Golfo, puntando verso il progetto euroasiatico russo-cinese. La potenza economica del Golfo ha superato il proprio punto massimo.
Il dislocare una "piccola" forza d'occupazione statunitense nel nord-est della Siria non significa minacciare l'Iran, ma mettere un ostaggio in mano a Damasco e a Tehran. Tale è il cambiamento nell'equilibrio dei poteri fra paesi del quadrante settentrionale della regione e paesi di quello meridionale. La presenza di militari ameriKKKani in Siria con l'ostentato fine di "arginare l'Iran" rappresenta un gesto simbolico di cui gli USA potrebbero pentirsi se la Turchia dovesse muoversi, e che potrebbero in fin dei conti abbandonare, lasciando i curdi loro alleati di un tempo a vedersela con l'arido vento siriano.

domenica 14 gennaio 2018

I'ddegrado e l'insihurézza regnano sovrani! Ce ne ricorderemo alle elezioni!!


A marzo 2018 nello stato che occupa la penisola italiana è prevista una consultazione elettorale politica. Il fronte "occidentalista" è sempre lo stesso, decisissimo a delegare la difesa dei "valori occidentali" e delle "radici cristiane" del continente europeo a un terzetto di campioni costituito da un vecchio straricco polipregiudicato, da una ragazza madre e da un sovrappeso che non è riuscito a laurearsi neppure in dodici anni.
Assolutamente incapace di influire costruttivamente su eventi anche minimi, l'"occidentalismo" può solo affidarsi a una propaganda cui non servono neppure nuovi argomenti; inutile annoiare chi legge con confutazioni puntuali di costrutti nati in qualche redazione o in qualche agenzia pubblicitaria e ripetuti con entusiasmo da decine di migliaia di sudditi.


Tenendo senz'altro conto di questo stato di cose e ben conoscendo la coscienza politica da scarafaggi che caratterizza l'elettorato attivo, qualcuno si è divertito a riportare su un calendario la sequenza dei piagnistei "occidentalisti" che più ricorrono da qualche anno.
Il risultato viene riproposto qui perché potrebbe essere utile a qualcuno dei nostri lettori nell'eventualità, peraltro improbabile, che abbia tempo da perdere conversando con i sudditi del "paese" dove mangiano spaghetti.

venerdì 5 gennaio 2018

Firenze: i'ddegrado e l'insihurézza regnano sovrani in via Baracca! Ce ne ricorderemo alle elezioni!!


A marzo 2018 nello stato che occupa la penisola italiana è prevista una consultazione elettorale politica. Il fronte "occidentalista" è sempre lo stesso, decisissimo a delegare la difesa dei "valori occidentali" e delle "radici cristiane" del continente europeo a un terzetto di campioni costituito da un vecchio straricco polipregiudicato, da una ragazza madre e da un sovrappeso che non è riuscito a laurearsi neppure in dodici anni.
Assolutamente incapace di influire costruttivamente su eventi anche minimi, l'"occidentalismo" può solo affidarsi a una propaganda cui non servono neppure nuovi argomenti; inutile annoiare chi legge con confutazioni puntuali di costrutti nati in qualche redazione o in qualche agenzia pubblicitaria e ripetuti con entusiasmo da decine di migliaia di sudditi.
Meglio restare sul terreno più temuto dagli "occidentalisti" -ed ipso facto preferito dalle persone serie- che è quello della realtà, e portare testimonianze dirette dalla Firenze che non conta.
Come quella che segue.

Una mattina piovosa di gennaio all'inizio di via Francesco Baracca.
La zona è da sempre popolare, al massimo piccolo borghese; case a due piani vecchie di almeno un secolo, condomini in cui banche e padroni stanno curando con attenzione il turnover degli inquilini, e anche qualche angolo riposto dove prosperano tranquilli il verde e i gatti perché nessuno ha ancora pensato di disboscare e avvelenare per la tranquillità remunerativa di qualche beddenbrèffast.
Passa un tale sulla settantina in tuta da ginnastica.
"Eh, tutti cinesi, qui! E che lavori con questi indirizzi, non si trovano mai, e come gli chiedi qualche cosa è tutto un non capire, non capire...! No, i ragazzini no; parlano fiorentino perfetto! Ah, ai cinesi ci vivo in mezzo letteralmente; a casa mia, ne ho uno a destra e uno a sinistra! E per Natale mi fanno sempre la cassetta, tutti e due, col vino e i dolci.
E io la faccio a loro.